NoLogo/Non ebook, ma amore per i bit

“Il libro non è importante: il libro è il supporto. Quella che conta è la storia”. Così Stephen King sull’ebook, così la penso anche io: l’intera discussione su libri di carta e libri digitali potrebbe essere archiviata in pochi anni se fosse semplicemente un problema di cambiamento del contenitore per un contenuto. Così non è, e non solo per la resistenza al nuovo che caratterizza i comportamenti umani: il problema della trasformazione in ebook dell’attuale catalogo (i testi nuovi sono una storia ancora diversa) è che c’è una chiara e diffusa percezione dell’ebook come oggetto meno costoso da produrre e vendere e quindi dal prezzo necessariamente più basso.
È davvero così? Un libro digitale deve costare meno? E un libro “aumentato”, cioè arricchito di contenuti ed esperienze in più, deve costare meno di una copia cartacea del libro “diminuito”?

A prima vista sembra evidente che un libro fatto di bit debba costare meno di un libro fatto di atomi: sono anni che gli editori si lamentano dei costi crescenti della carta, della distribuzione e del magazzino. Togli carta, distribuzione e magazzino: vuoi non ridurre i costi almeno a metà? Pare di no: anche parlando di libri già in catalogo, e per cui si sia quindi già affrontato il costo di produzione (supporto all’autore, editing, eventuali traduzioni) c’è comunque da prendere in considerazione il costo della trasformazione da impaginato per la stampa a ebook, trasformazione per niente semplice. Come ci racconta Letizia Sechi di BookRepublic, “il problema è che di quei vecchi libri bisogna recuperare i file di pre-stampa, che non sempre ci sono o se anche ci sono magari richiedono talmente tanto lavoro di adattamento (quei piccoli aggiustamenti, appunto, per conservare l’eufemismo) che la spesa equivale o al tempo di rilavorare il libro internamente o al costo di farlo fare a qualcun altro.”Sempre per Sechi, se è vero che stampa, magazzino e distribuzione fisica non sono più necessari, è anche vero che i costi di mediazione della distribuzione, di stoccaggio e di marketing rimangono, uniti al “costo più o meno alto dell’acquisizione delle nuove competenze che se non è necessariamente economico è sicuramente un investimento di tempo e risorse umane”.

Oltre a questi costi, indiscutibili, rimane il fatto che un libro, di qualunque cosa sia fatto, è un oggetto culturale che vale di più della somma dei suoi costi: a prescindere da quanto pesano sul prezzo finale, il valore per chi lo acquista dovrebbe essere più legato al valore del contenuto e dell’esperienza. Ore e ore di piacere nel leggere l’ultimo King, o Vargas Llosa, o Saviano, dovrebbero avere lo stesso prezzo a prescindere dal formato. Eppure la percezione che l’ebook debba costare meno è molto ben radicata: a prescindere dalla volontà o meno di acquistare un libro la sensazione è che l’ebook debba costare meno (molto meno) anche dell’edizione tascabile.

Il motivo è abbastanza intuibile e risiede nella facilità di duplicazione di un oggetto digitale: la prima copia di un ebook potrà anche costare 100, ma ogni copia in più costa zero. Come spiega Stefano Quintarelli nel suo paper La fine della distribuzione aggregata,

“I beni digitali presentano caratteristiche affatto diverse dai beni fisici: non hanno un vero e proprio costo del venduto. Se un utilizzatore prende un bene immateriale e non me lo paga (come avviene in larga misura oggi), certamente ho un mancato guadagno, ma non perdo un bene per ottenere il quale ho sostenuto un costo specifico. È una delle caratteristiche salienti che caratterizzano quelli che il Gruppo di Lavoro Intercommissioni del CNEL sulle trasformazioni dell’impresa ha chiamato neobeni“.

Non ha più senso chiedere di pagare il diritto di copia, perché il costo di copia non esiste più. Dal punto di vista dei costi la copia stessa non esiste più: esiste solo l’originale. E l’autore? E l’editore? E la remunerazione del lavoro intellettuale?

Qualunque soluzione impositiva e colpevolizzante, come i DRM, non fa che peggiorare l’esperienza di acquisto e di utilizzo e quindi alla fine favorisce la pirateria: come fare quindi a modificare la percezione della gratuità della copia e dell’ingiustizia del prezzo pieno per gli ebook? L’unica soluzione sembra essere quella presagita da Kevin Kelly con la sua teoria dei 1.000 fan: la creazione di una relazione di fiducia tra editore, autore e lettore, per cui più che pagare la copia contribuisco a finanziare la creazione dell’originale. Non pago un oggetto, pago un’esperienza, tanto più se quest’esperienza è di lunga durata e mi permette una relazione con l’autore o con il suo immaginario.

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