Calciamenti per calcioamanti

Mettere a sistema il gioco, né più, né meno: da Prometeo a Lottomatica, passando per i metodi per sbancare il casino di Marcel Duchamp, questa è l’impresa che accende la nostra hýbris.

E non sorprende che sia un metodologo come Felice Accame a regalarci con cura un prezioso volume collettaneo rivolto a chi questa impresa intenda intraprenderla di nuovo. Nella fattispecie, si tratta di una raccolta di saggi dedicata ai genitori:
“Difesa elastica e attacco in profondità – Manuale per i genitori dipendenti dal gioco del calcio”, uscito in questi giorni per Sedizioni (dopo la presentazione a Firenze, venerdì 22 giugno si replica a Milano).  Visto che l’impresa è titanica, meglio essere provveduti e smarcare alcune questioni preliminari onde concorrere quel minimo sindacale di temerarietà che, vuoi il buonsenso, vuoi la sventatezza, consigliano di mettere in campo per una consimile impresa. E bene ha fatto Accame a concepire il libro come un manuale di autodifesa, soprattutto da se stessi.


Chi scrive, oltre a consigliarlo, desidera apporre due note giocose, non tanto per la passione per il calcio, per i propri figli e per la temerarietà in ogni sua forma, quanto perché in questo processo di affermazione calcistica sono in gioco meccanismi di autoproduzione che intendono usare il calcio come media.
Ogni volta che un bambino autoproduce se stesso in una partitella di calcio fingendosi calciatore e gran campione non fa altro che autopubblicarsi, rinnovando con la propria voce l’eterno racconto del gioco del calcio. Ogni bambino che si sogna calciatore e chiede ai genitori di aiutarlo a realizzare questo sogna non fa altro che istituire una complicità intergenerazionale, in cui chi esercita la patria potestà è chiamato a decidere se il bambino il calcio “se lo sogna” o se invece tentare l’azzardo.
Una decisione niente affatto facile e per venirne a capo si dovranno mettere insieme responsabilità, visione e ogni altro genere d’imprevedibile talento.
Questo il miracolo: mettere a sistema il gioco è un azzardo tale che sarebbe ragionevole desisterne. Troppe le incognite irriducibili (cito a casaccio): se ci sia talento “vero” (?) in questa vocazione pedatoria del ragazzo, se in lui la crescita umana starà al passo con quella tecnico-sportiva, se ci saranno una società e un allenatore in grado di accogliere questo talento e di valorizzarlo nell’economia di gioco di una squadra, se (non ultima) il gioco del calcio sopravviverà alla propria follia finanziaria, nutrita di gigantismi, nanocrazie e derive assortite. Quando le incertezze sono irriducibili è impossibile ridurle a una teoria del rischio purchessia e calcolarlo. Questo lo aveva capito anche John M. Keynes, non certo l’ultimo dei centromediani metodisti. Guardando le statistiche sull’affermazione dei singoli campioni (non dico i fuoriclasse, ma estendendo la definizione a quanti approdano alle prime divisioni professionistiche) esse sono scoraggianti anche per il più entusiasta dei sognatori in erba. Per non parlare dei problemi del poi: fatto cento il numero dei campioni del circuito che conta, una volta cessata l’attività agonistica solo un dieci per cento di essi rimane a galla nel sistema calcio latu sensu, vuoi come allenatore, vuoi come dirigente, vuoi come commentatore televisivo. Per gli altri, ovvero per la stragrande maggioranza, la vita va reinventata a quarant’anni con grandi difficoltà, e in non pochi casi si aprono le vie del disadattamento e dell’emarginazione sociale.
E dunque anche limitandosi a questa semplice, disorganica e provvisoria rassegna degli accidenti del proto-calciatore emerge abbastanza limpido il dato di realtà: mettere a sistema il gioco del calcio, come singolo o come squadra e società, è un progetto destinato a fallire se non in percentuali da lotteria. E così abbiamo chiuso il cerchio: per mettere a sistema il talento occorre un talento che azzeri la sistematicità. Come dire che mettere a sistema il talento è un gioco da ragazzi e come tale irriducibile. Aiuto! In altri termini, programmare il (proprio) successo calcistico richiederebbe di prevedere l’imprevedibile, di progettare l’improvvisazione. Non dico che non si possa fare (accade sistematicamente da generazioni), dico che chi ci riesce non lo saprebbe rifare. Un gioco d’azzardo a cui opporre la “propria” convinzione (di genitori e figli) che il ragazzo si farà. Se sia ragionevole o meno azzardarsi in tale convinzione, e ancor prima avere più o meno presente cosa significhi, a livello definitorio, “averci delle convinzioni”, è affare di non poco conto. E il lettore interessato all’argomento scoprirà che il curatore del libro, Felice Accame, sta dedicando la vita stessa a mettere insieme i pezzi di questa impresa non meno sconsiderata e ardua. Un’impresa nell’impresa, giacché per intentarla, dopo essersi formato con Silvio Ceccato infingendo la Scuola Operativa Italiana, Accame continua a misurare il proprio talento metodologico mettendo insieme calcio e comunicazione. Esercizio altamente pedagogico, il suo, animato dalla convinzione (che io, si badi, gli attribuisco) che non si finisca mai d’imparare, ammesso che s’incominci. Eh sì, perché intraprendere significa dare inizio, e per dare inizio servono i fondamenti, fondamenti tutti da definire. E qui siamo sotto scacco, ma quello è un altro gioco. Giocando con le parole di Eugen Fink potremmo dire che il gioco non ragiona e tuttavia non è affatto privo di pensiero. Un gioco per intraprendere il quale vale tutto: dalla traduzione automatica al calcolo elettronico, dallo smantellamento ideologico della filosofia tutta alla diagonale difensiva. Congedandomi dal libro di Accame mi convinco ancora di più che per giocare tocca essere categorici: un talento dilapidato con metodo, perché in fondo quello che resta lo fondano non già i poeti (che saranno andati a giocare a pallone) ma i metodologhi.

 

photocredit: mario pischedda

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