discorsi un po’ del cassero


« Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. »
(Purgatorio V, 67-72)
[post lungo in cui in un gioco di malta e cazzuole l’editore si chiede dove va a posizionarsi questo libricino sulla grande mappa della transizione al digitale][disclaimer: la curatrice del libro di cui straparlo in queste note condivide, dissociandosene per ampi tratti, le sorti della baracca qui, dettaglio che andrebbe senza indugio annoverato tra quelli in cui sta ormai da tempo il diavolo]

[ah, collaboro anche con l’editore altro, quello che lo ha dato alle stampe, su progetti di marketing editoriale]

 

La regola aurea scolpita nel basalto recita così: ci sono tre cose di cui un editore digitale dovrebbe evitare di parlare nell’ingannare il proprio tempo:
1. la morte del libro
2. la chiusura delle librerie indipendenti
3. i libri in uscita legati (a qualunque titolo) al digitale.
Io me ne guardo bene da un pezzo, non fosse che un’altra regola aurea un po’ più aurea delle altre stabilisce che ogni regola aurea incontra prima o poi le forche caudine che più le si attagliano: nel mio caso l’uscita per i tipi di mondadori di 2012 cose da fare prima della fine del mondo.
Il libro è di grande interesse, non tanto come esito ma per come tenta di declinare una questione quanto mai importante: come trasporre i contenuti dei social media (impermanenti per eccellenza, meteore che brillano per un attimo su una timeline) su un supporto tradizionale?
I tweet sono transitivi? Possono essere oggetto di essere incollati su carta, come fossero su un album di figurine?

 

Eugenio Alberti Schatz, Sense and sensation

 

Tutto si può fare, e in prima approssimazione direi che la risposta è certamente sì. In fondo un libro rivolto al pubblico generale che attinge al social media più in crescita in Italia in questo momento non può che fare bene.
Se però vogliamo analizzare il tema un po’ più in profondità dobbiamo ricondurre il caso particolare di questo agile volumetto che spataffia tweeet a mo’ di aforismi al più generale paradigma di dove sta andando l’editoria italiana, o ancor meglio dove si va a collocare un’operazione come questa sulla mappa della transizione al digitale.
Proviamo. Dal punto di vista tattico questo è il secondo caso negli ultimi mesi in cui Mondadori seleziona e acquisisce un’eccellenza nata dalla rete trasformandola in libro tradizionale. L’altro caso a cui mi riferisco è ancora più eclatante: 50 sfumature di grigio, caso editoriale nato in rete (il testo è nato come fun-fiction, è stato a lungo scaricabile sui forum prima di diventare un ebook & print on demand per i tipi di un piccolo editore australiano cui è stato ritirato per essere venduto a 7 cifre alla Vintage Books) e diventato poi best seller mainstream.
Nel caso di 2012 cose da fare, invece, l’editore di Segrate ha acquisito e dato alle stampe un testo che incarna una dinamica di scrittura collaborativa in rete, affidandola a una cosiddetta opinion wreader (è un caso in cui la curatrice fa la differenza, con una chiamata alla scrittura, un progetto editoriale forte e magistralmente guidato).
Il nodo interpretativo da risolvere secondo me arriva adesso: in termini digitali il gioco funziona, l’iniziativa piace, le adesioni sono tante e di qualità medio-alta, ma qual é il contributo, il valore aggiunto della trasposizione su carta?
Per affrontate questo nodo potremmo usare e osare il rasoio di Occam dicendo: “È un titolo della varia, se trova il suo pubblico e vende bene l’operazione è riuscita”.
Affrontata così, però, la questione finisce per perdere d’interesse, legato al modo specifico in cui il progetto editoriale di 2012 cose da fare è una delle voci che tentano di tracciare una strada nell’ambito dello scambio tra lettteratura (letteratura pop, in questo caso) e scrittura digitale.
(Se invece vi interessasse un esempio di come si riesca a trasformare dei libri di carta in scrittura liquida guardate questo video:
Ma il punto è ragionare sul passaggio inverso: come ricomporre la non linearità di un flusso di tweet espungendoli da una timeline per portarli in un libro tradizionale? Il caso di “2012 cose da fare” ci insegna qualcosa in questo senso? Come dicevo a vostro nonno ottanta righe fa,  se vogliamo affrontarla così ci occorre un modello generale con una definizione strategica del digitale, che incorpori una funzione di valorizzazione degli asset editoriali in gioco. Sicuri di voler procedere?
In parole poverissime: nella parte di seeding su twitter di “2012 cose da fare” era in atto un meccanismo di scrittura collaborativa che al momento attuale ha una buona connotazione mediatica ma nessuna resa economica.  Ma questo progetto editoriale è stato ideato da un editore tradizionale, che si inserisce in questo tipo di interazione in rete proponendo ai microautori dei testi una ribalta tradizionale da sempre molto ambita (la pubblicazione, il libro, la presenza in libreria, in chiave di micro vanity press) accollandosi il rischio e il costo di portarla su carta, in distribuzione, a scaffale, fisico o elettronico che sia. Se vogliamo, è la stessa logica editoriale con cui qualche anno fa gli editori si proponevano di fare il libro dai blog di successo.
Fosse solo questo il meccanismo di trasposizione, diciamo che il primo esito è ancora una volta quello di aver superato un filtro editoriale, come nel caso di 50 sfumature di grigio. Certo, qui l’operazione è di svariati ordini di grandezza e di rischio inferiore, ma quanto meno ha il pregio di essere un progetto editoriale originale, creato da zero a Segrate, e questo lo rende più interessante.
E qui chiudo l’analisi rasoio di Occam.
Ora però tentiamo una lettura digitale più alta, non fosse altro perché l’analisi occamita non è in grado di dar conto di un aspetto non trascurabile dell’intera faccenda: ovvero che fine ha fatto il meccanismo d’interazione digitale una volta trasposti i tweet all’interno di un libro? Questo supplemento di analisi serve perché le vendite non sono e non possono essere un banco di valutazione significativo in questo senso.
E allora individuiamola questa definizione strategica di editoria che incorpori una funzione di valorizzazione economica  di rilevanza. Quella che mi sembra più feconda è la definizione di Carlo Alberto Carnevale Maffé.
La mia tesi è che questo libro non faccia procedere granché nell’affinamento dei mastri editori in digitale.
E questo perché non va a impattare sulla definizione operativa di funzione del valore editoriale: non muove la sintassi, non si articola in una latenza.
Rimane un librino carino.
Può fare da sostegno? Forse può diventare un modello di riferimento a patto di stabilire a che prezzo e per stabilire un prezzo tocca avere un modello di riferimento, o almeno una definizione per tracciare una valorizzazione economica con annessa una struttura dei costi.
A mio parere un modo proficuo per ragionare è usare la definizione di valore editoriale di Carlo Alberto Carnevale Maffé: un editore deve puntare  la propria strategia digitale su una corretta calibrazione e la migliore valorizzazione del rapporto tra sintassi e latenza:

Se grattate appena la patina di scacciafighismo del Grand Guignol di via Sarfatti (la mia scommessa è che nel lungo periodo incideranno molto di più Carnevale Maffé e la sua definzione rivoluzionaria di editoria in convergenza che non i grigi albigiumi di Mario Monti) questa definizione può essere riformulata in modo molto semplice: un editore deve indovinare il ritmo con cui lanciare e rilanciare i propri contenuti. E siccome i contenuti che ha nella propria cartuccera sono declinabili e fruibili su device diversi, che suppongono comportamenti e modalità di fruizione differenti, ecco che il gioco non è per niente banale. La dura legge del software ha gettato in un unico girone infernale (qualcuno lo chiama mercato) dei signori che prima facevano mestieri forse collegati ma sostanzialmente diversi: un editore che fa album di figurine, un editore di programmi televisivi, una fucina di format televisivi, un editore di quelli che tutti chiameremmo tale che fa libri e giornali, un editore cinematografico che fa film e pupazzetti, un editore di videogiochi. Ora sono tutti sul medesimo mercato e noi non siamo più “spettatori”, perché morto il palinsesto se, quando e come scegliamo noi (e almeno quello). Se Mafe prende la timeline e ne fa palinsesto, come faccio io a non menarla?

Detto in altri termini, definizione alla mano si tratta di capire se la trasposizione di un flusso di tweet su carta ha senso da un duplice punto di vista:

1)  punto di vista dello statuto letterario, ovvero capire se il trapassare dei tweet su carta rappresenti a qualche titolo, a qualche livello e in qualche modo un genere letterario, fosse anche solo in embrione
2) punto di vista prettamente economico: se trasporre dei tweet su carta fa vendere il libro e/o può essere significativo come modello per le sorti finanziarie di un editore. Un esperimento temerario, se consideriamo che Twitter, ammesso che ne abbia uno, non ha un modello di business legato alla monetizzazione dei singoli contenuti.
I due temi in parte sono collegati, ma va da sé che non intendo far carico a questo libro delle intere sorti dell’editoria italiana. L’intenzione del mio ragionamento è solo quella di capire come si collochi nel pattern dei presenti e futuri possibili del mercato, tradizionale e/o nuovo che sia.
Chiarisco che il tipo di analisi che ne propongo  è una forzatura mia e va al di là delle intenzioni esplicite del curatore, che racconta in un’intervita sul blog di Vanity Fair di aver accettato una sfida da par suo, per la curiosità di vedere che cosa succede.
In qualche modo, tuttavia, la dinamica dell’incidente mi sembra irrilevante: il punto è aver messo insieme un oggetto che attinge da un database digitale di un social media e lo trasferisce sul caro vecchio amato libro raccattapolvere da comodino. Se poi chi si è fatta promotrice del trasferimento è una teorica dei social media, direi che il fallo di mano c’è e il rigore epistemologico va fischiato.
Eugenio Alberti Schatz, Torto

 

Per rendere più salace la questione e per dichiarare la propria appartenenza ideologica, proporrei che ognuno prendesse posizione su un processo in atto nel panorama editoriale: se cioé pensiamo che questa editoria cosiddetta tradizionale abbia un futuro così com’è o se riteniamo invece che per sopravvivere debba passare per molte innovazioni e discontinuità in grado di creare profitti. Profitti che, si dà il caso mordicchiandosi la coda, potrebbero garantire un futuro anche al libro così come siamo abituati a intenderlo e a sfogliarlo.
Prima di esplicitare come la penso, premetto subito che chi scrive passa amichevolmente per essere uno stalinista: il mio sospetto è che stante la crisi di vendite e l’urgenza di trovare un modello di business alternativo per gli editori tradizionali (cosa che difficilmente salverà la macchina editoriale così come siamo abituati a concepirla) l’azzeccare un nuovo best-seller, o vincere un premio che faccia lievitare le vendite a un prodotto della casa sarebbe in definitiva controproducente, rischiando di indurre l’editore a pensare che il modello antico abbia delle chance di sopravvivenza. Temo che così non sia, e che sia meno rischioso battere la strada dell’innovazione e della discontinuità per rimanere sul mercato, in qualunque modo esso si trasformi nei prossimi tempi.
La declinazione del digitale scelta per questo libro (e per tutti gli altri simili possibili) per funzionare deve stare in piedi da sola.
Alberto Abruzzese ha sostenuto di recente che i contenuti digitali devono avere una dignità propria, senza scimmiottare quella dell’analogico.
Per stare in piedi, cioè, ed essere un progetto editoriale compiutamente digitale, il libro deve sostenersi, esser costruito in modo da stare in piedi da solo, con argomenti bene formati.
E qui forse può soccorrerci una metafora edilizia edificante (letteralmente edificante).
Da quando i megalitici ammisero a loro stessi che drizzare la pietra è sì un portento ma comporta il dispendio di energie titaniche poche adatte a noi che veneriamo i demoni della pigrizia, gli uomini cominciarono a capire che forse si poteva erigere qualcosa di più leggero, ad esempio l’argilla. Basta andare su un qualsiasi bagnasciuga mediterraneo per osservare il rinnovabile miracolo della sandbox, tributo più o meno imperituro alla sabbia e ai suoi castelli bene formati.

 

E siamo arrivati al punto: per erigere forme liquide e sfidare la gravità occorre appoggiarsi a qualcosa che le sostiene: una forma. La centina e la cassaforma son questo alla fine: sostegni più o meno temporanei che consentono prima del tempo di erigere forme liquide lasciandole progressivamente solidificare. In questo modo anziché la pietra e i suoi tonnellaggi è possibile drizzare pareti in argilla, tenerle su con una centina in attesa che si solidifichi trasformandosi in muratura.
Anche drizzare un arco sul concio funziona più o meno allo stesso modo, e forse nemmeno Jacopo del Cassero si sarebbe chiamato così se non fosse stato per questo.
Applichiamolo al nostro ragionamento: la scrittura liquida di Twitter sta indubbiamente cambiando il nostro modo di intendere e di sapere i media (dal giornalismo al diario di una dieta dukan passando per le partite di calcio commentate sul secondo schermo di twitter) ma come scrittura tout court deve ancora solidificarsi in un futuro genere (letterario).

Che la scrittura crei dei mondi lo capisce anche la più beghina delle mie maestre delle scuole medie inferiori. C’è anche chi sostiene, come Francesco Saba Sardi in alcune sue pagine memorabili, che i concetti di scrittura e di città siano indissolubili.

Per non lasciare niente di intentato Saba Sardi ha anche coniato il termine “scrittà”, rinnovando il miracolo liquido del nome che dà corpo alla cosa.
Ma affinché questi mondi siano anche bene formati, con tanto di grammatiche, sintassi, registri, metriche e stili la strada è ancora lunga. Per twitter, e per questo “libro”, la questione mi sembra la stessa: cosa vuol fare la scrittura di Twitter da grande? Qui per ora (anche e soprattutto nell’ambito del progetto editoriale “2012 cose da fare”) non si capisce bene se in termini di sostegni del cassero sia la Timeline a sostenere  il libro a stampa o il libro chiuso a stampa a sostenere la Timeline. Chiediamocelo, ancora una volta, sia in termini economici che di statuto letterario.
Nella sua fase germinale è forse questo: giocare con le formine liquide in un susseguirsi di labilità e dissolvenze. Roberto Calasso che sul gioco con le formine sul nulla ha edificato un impero di carta, stabilì che la cifra di una civiltà è data dalla forma che lasciano le conchiglie nel loro arenarsi sulle onde sul bagnasciuga. Un lancio di dadi che trascolora in una forma.
Per togliere dall’angolo il libello mondadoriano, forse da me ingiustamente caricato di una lettura epocale, diamo uno sguardo a cos’altro si muove nelle sperimentazioni letterarie della twittersfera italiana. Allo stato dell’arte, forse gli esperimenti più interessanti per connettere il microblogging alla letteratura rimangono quelli narrativi, intesi cioè a usare twitter come spazio di pubblicazione. Oltre a molti profili interessanti, da Deleuze&Guattari a Marcel Proust, segnalo l’esperimento di twitteratura ideato e condotto dalla Fondazione Cesare Pavese:
L’idea diventa riscrittura, attraverso twitter e i canonici 140 caratteri, della Luna e i falò: 32 capitoli in 32 tweet. La schiettezza sintetica di Pavese che diventa tweet alla ricerca dell’essenza profonda di ogni capitolo. Un percorso fatto dagli utenti del social network e divulgato attraverso l’account della Fondazione Cesare Pavese.
Certo, siamo ancora alle lallazioni digitali, ma rimane il fatto che sia una modalità di scrittura che rispetta la liquidità della Timeline adottando una modalità condivisa di selezione e asciugatura della scrittura che ha come esito esplicito un calco di romanzo rimasterizzato su una metrica di 140 caratteri. Non male come inizio.
Per finire, segnalo anche un’originalissima ricalibrazione del proprio ego su Twitter da parte di Carlo Gabardini: in occasione del suo primo compleanno tra gli uccellini, Carlo ha deciso di festeggiare a modo suo con una provocazione: a distanza di 365 giorni esatti Carlo clona la sequenza dei propri tweet, uno per uno, reply per reply, con l’obiettivo di vedere se siano invecchiati bene. Tornando alla nostra definizione di valore editoriale, la provocazione di Carlo consiste nel lanciando una eco sulla latenza: che effetto fa veder riaffiorare sulla propria timeline i nostri tweet  a un anno esatto di distanza dal loro primo passaggio? Esser meteora? Siamo cambiati noi? Sono cambiati più i suoi interlocutori? Come rivisitare l’archeologia del senso dell’attualità un anno dopo?
Difficile rispondere nel gioco di specchi deformanti. Certo la posta in gioco è un pattern di senso, in un’operazione elitaria e raffinata che si ispira un po’ al Borges della riscrittura del Chisciotte di Pierre Menard e un po’ all’asincrono italiano per eccellenza: l’accoppiata Enrico Ghezzi – Marco Giusti di Blob ma soprattutto di schegge.  Una bomba a orologeria che va riguardata più come operazione complessiva che non in base alla popolarità dell’account, cui certo non sono applicabili le metriche pop da vip di cult del @carlogabardini in real time(line).

Esperimenti, tentativi, si va per approssimazioni, abbiamo ancora moltissimo da imparare.
E stiamo ancora studiando. Se Maurizio Ferraris afferma che “non possiamo non lasciare tracce”, rispondiamo ok,  ma non possiamo neanche pretendere che ogni traccia faccia testo. Intanto, incurante, la scrittura prosegue il suo cammino, affiora a brani in costrutti in cui la linearità non è altro che un caso particolare del rizoma. Difficile darle un taglio, una direzione. Più filologicamente adatto forse è affidarsi alle sue sequenze, rinunciando a piegarne i nessi e accettando di esser parlati dalla parola. Niente punto: “Per il colore! Contro la linea e il disegno!” diceva Yves Klein.  Dovessi decidere da dove incominciare per venire a capo delle sorti della scrittura liquida, delle manie d’eternamento segretamente nutrite dall’impermanenza del segno, ecco, ripartirei da qui: dal ritmo, dall’ipnosi della sequenza, dalla musica. Se poi alla hybris dell’eternamento riusciremo a giustapporre una tecnica di oblio in levare, ecco che allora rischieremo di quadrare il cerchio. Non male per una scrittura liquida informe, non vi pare?

(sì, ho finito. Se sei arrivato sin qui fatti delle domande molto serie)

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3 pensieri su “discorsi un po’ del cassero

  1. http://www.tout.com/m/f8x624

    I fatti sono così chiari e incontrovertibili che qualsiasi cosa si voglia dire non ha più nessun valore, così recita wikipedia a proposito delle chiacchiere quando stanno a zero

    e quando una recensione nel suo mutismo “racconta” l’universo contenuto nelle pagine?

    un altro punto di vista dello statuto letterario?

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