Bolle sgonfie

Da giovane mi sono innamorato di alcune idee economiche molto semplici ma non per questo meno temerarie:

il mercato va bene ma non è affatto autoregolato: essendo fatto di boom e crolli, molto meglio riequilibrarlo con un meccanismo di drenaggio che sgonfi le bolle prima che esplodano. Come? Incorporando nella moneta un tasso negativo, istituendo infine una fiscalità volontaria, solidale e consapevole.
Ci lavorammo insieme, un gruppo di amici, imparando molto, sperperando molto, con la generosità che salva gli incoscienti. Erano gli anni immediatamente precedenti al varo dell’euro. Un euro che non ci piaceva, intrappolato com’era da veti incrociati franco tedeschi, salutato dall’isolazionismo britannico e appoggiato sulla folle scommessa di cuocere a fuoco lento una Europa unita che doveva entrare dalla finestra di una moneta e di un mercato comuni, cui sarebbero seguiti non si sa bene come (forse per contagio divino) un’unione politica e fiscale. I padri nobili di questa follia: Delors, Mitterand, Kohl e qui da noi Padoa Schioppa e soprattutto Carlo Azeglio Ciampi (un uomo di vaglia, eppure forse tra i più sopravvalutati del tempo, alla luce della storia), giù giù fino a Prodi che improvvido lo usò per autocandidarsi a salvatore della patria (e no, non c’è niente da ridere).
Lo intuimmo, lo pensammo, lo scrivemmo dove si poteva (qualcuno di noi scriveva sui giornali per mestiere, qualcun altro per follia notturna), lo insegnammo a lezione (qualcuno di noi insegnava, qualcun altro pensava di dover ancora imparare). Una follia ultra-razionalista, con l’aggravante del colpo di grazia finale: le parità monetarie, i famigerati tassi di conversione delle vecchie divise nella moneta unica, per noi quel 1936 e spicci che finì di strangolare sul nascere ogni velleità italiana. E poi sarebbe seguito oltre un decennio a subire assurde retoriche, amenità secondo cui l’euro avrebbe salvato il paese dalle proprie inconcludenze, costringendoci a una dirittura comportamentale (“morale”, mi pare dicessero) del tutto controintuitiva e salvifica. Scemenze. Chi volesse  leggere un’analisi acuta e attenta nel ricostruire la genesi dell’euro, consiglio un ottimo capitolo sull’argomento qui. Chi volesse ragionare finalmente (è il caso di dirlo) sulla finanza in modo spregiudicato andrà invece qua. Ma tornando ad allora, alla fine anni ’90,devo ammettere che
ero innamorato, sì, di quelle idee, che consideravo e considero tuttora giuste e preziose. Innamorato al punto di tentare di dedicare a quelle idee (quelli che sarebbero poi rivelati alcuni anni della) mia vita e della mia carriera. Innamorato, sì, ma ero soprattutto pigro, poco determinato, probabilmente non abbastanza dotato. Dopo alcuni anni di ricerca economica eterodossa, abbandonai. Seguendo vie tortuose e mai troppo assolate, un po’ di gavetta e poi alcuni anni nell’ufficio studi di una banca. Una posizione defilata, lontano dal cuore delle strategie aziendali ma abbastanza addentro per capirne le logiche da una posizione privilegiata. Non faceva per me. La vita iniziava a presentare il conto delle interminabile serie di scelte di compromesso che avevo compiuto. Riuscii per avventura a dare le dimissioni e a chiudere ogni rapporto con l’economia. Ora faccio altro, anche se non ho smesso di credere che sia la prosecuzione di quella partita con altri media.
Rimangono però in sospeso i conti con quelle idee e con l’euro, conti su quello che puoi dare e fare e che lasci inagito. Conti con le proprie intuizioni e i propri limiti. Conti che non tornano, doppiamente.
Se provo a farli, questi conti, almeno con me stesso, mi trovo un po’ frastornato. Ora Carlo Alberto afferma giustamente che è da sconsiderati plaudire al default, non fosse altro perché è un atteggiamento che non mette in salvo nessuno (tanto meno i plaudenti) dalle conseguenze, nefaste e generali, di un tracollo epocale. E in qualche modo sono d’accordo con lui. Io non provo alcuna soddisfazione nell’amara vittoria di noi detrattori dell’Euro, come non ho potuto giovarmi della scelta, allora, di una non carriera nella classe dirigente degli anni ’90 e ’00, scelta che ho pagato non poco sul piano personale. Non gioisco e non mi sento affatto una persona migliore, non più di chi vedendo arrivare un pericolo non senta l’ovvio dovere di avvisare gli astanti invitandoli a sgomberare.
Sento piuttosto la consolazione di non esser stato complice di una deriva finanziaria che non ho mai giudicato immorale quanto piuttosto suicida, violenta, priva di idee e di sostenibili. Ho preso il soldo (devo dire pochi) come molti (devo ammettere non tutti) dal sistema, ma da disinnescato:  non ho mai aggiogato i miei talenti a idee che non condividevo e che non condivido. Il meglio delle mie energie si è sempre sottratto, dilapidandosi invece in mille messaggi in bottiglia.
Finisse qui (è andata com’è andata) direi semplicemente che non sono riuscito mai veramente a giocare la mia, di partita, a sentirmi in gioco ed è stata solo mia la colpa: volendo l’ho perduta in una sorta di no man’s land, ma non ho mai indossato la maglia titolare nell’altra partita: quella mainstream. Non so se questo mi salverà (cazzi miei), né se si salverà qualcuno. Certo non ci salveremo tutti, ma spero almeno la conta di risparmiarmela. In questa sorta di incubo collettivo, tra l’ignoranza specifica dei più sui meccanismi determinanti, tra self-deception e deception tout court da parte di chi invece i meccanismi li conosce fin troppo bene ma non è più in grado d’intervenire, neghiamo un collasso che tecnicamente è già avvenuto. Il paradigma è fritto, la realtà fottuta, noi a ruota. Se mai qualcuno o qualcosa ci sollevasse dalle conseguenze di questo default avremmo a maggior ragione il dovere di constatarne il decesso. C’è qualche flebile speranza, ma ricordiamo che da che mondo è mondo (anzi, dacché societas è societas, ossia da quando esiste la politica, cioè da sempre) le persone non sono in grado di accordarsi per il meglio. E il tanto peggio tanto meglio non è che una scorciatoia stupida di questa impotenza. Ma anche censurando il cupio dissolvi, la consapevolezza dell’urgenza, dell’emergenza, dell’auspicabilità e dell’intelligenza della soluzione non la mettono a portata di mano e non faranno da acceleratore a un’Europa unita che non è pronta, non è matura e non è nelle cose. Anche se facciamo il tifo per lei.
Ora è il tempo di salvare il salvabile con lucidità, con gli strumenti e col grado di consenso (scarso) che abbiamo.
Poi dopo un default che ci ostiniamo a esorcizzare questa volta sì accelerandolo, sarà il tempo del coraggio, dell’intelligenza e della costruzione sulle rovine. Forse. Per una volta non facciamo programmi: almeno questa lezione dovremmo fingere d’averla imparata.

photocredit: mario pischedda

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3 pensieri su “Bolle sgonfie

  1. è forse, in questo rimescolare della terra, un buon tempo per ri-apprendere singolarmente dove già credevamo di sapere. Come si fanno i percorsi collettivi senza percorsi di auto-conoscenza individuale?
    Ed è tempo per seminare idee più sane, in percorsi di reciproca attenzione, di mutua collaborazione, di benevolenza, verso una sana decrescita. Voglio dire che esiste un “salvare il salvabile” individuale, biografico, una messa a fuoco della propria posizione rispetto al sistema, anche. E questo tuo scritto me lo conferma. Io dovrei, al contempo, uscire dalla pigrizia del comodo per provare costantemente a fare con meno, reinventando, riassemblando, decidendo quotidianamente se quel comportamento è una soluzione buona. A caccia di un metodo personale. Dalle piccole scelte per partire, per riapprendere: rifiutare l’imballaggio eccedente, imparare in casa a coltivare dei frutti o dei germogli, evitare l’evitabile che appesta cibo e corpo. Cresciamo i nostri figli in questa economia degli additivi e fatichiamo a ricordare le economie più vere dei nostri nonni.

    1. non lo so, io non sono affatto a mio agio con la decrescita. Penso piuttosto che il metodo di tenuta dell’orto “dei nostri nonni”, per usare il tuo linguaggio, sia un portato culturale più che un modo di salvataggio economico e che quel portato culturale non c’é perché non ci rappresenta più, se non in casi eccezionali. Leggevo proprio ieri in un saggio di un allievo di Braudel che nonostante il paesaggio mediterraneo sia totalmente frutto del sistematico intervento dell’uomo, tuttavia quest’uomo in quel paesaggio non c’è praticamente mai: noi mediterranei amiamo vivere in città, non in campagna. C’entra? Secondo me c’entra (e centra)

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