2. I conti senza tasca

Gli astri nascenti sono piccoli e delicati. Se non stai attento li puoi confondere con le meteore o, peggio, con le stelle adulte, che so? una nana gialla, che forse i bambini non lo sanno ma rilucono di luce morta. Sì, insomma, le stelle sono come le nuvole: ci puoi giocare, guardarle e riguardarle, vederci i disegni e se sei bravo  puoi trarne persino delle profezie (meglio se sai leggere a volo d’uccello). Le puoi anche contare se vuoi, al massimo ti viene sonno, ma stai pur tranquillo che se le distruggi no, non è stata la fantasia.
Twitter è un po’ così: un gioco informe, intatto, ma scompigliabile dal vento. E come tutti i giochi va preso sul serio, pena non riuscirci a giocare. Qualcuno, a cui voglio molto bene, lo ha preso molto sul serio: a forza di mettere e togliere, citare e ringraziare, ritwittare o non ritwittare (“vuole favorire?”)  è quasi uscito pazzo. E sapete perché? Perchè si è dimenticato che nei giochi i segnapunti a volte sono segnapunti giocattolo. Per dire, io non mi provo la febbre col termometro della barbie (e in effetti non sono poi così sicuro di essere nel giusto) e se tiro il pugno al punching-ball delle giostre, meglio se in presenza di altri tamarri, lo faccio da bravo ganassa e quando sale il martello e sblembla il gong, magari viene anche scritto “super forzuto!!!”, ma in linea di massima non sarei incline a usare quel “dato” come indicatore attendibile del mio stato di forza.

E invece no, molti ragazzi si fanno talmente prendere dalla fascinazione totale gioco ed ecco che li vedi che contano VERAMENTE in modo ossessivo i carri armati del risiko, le pagelle della loro squadra al fantacalcio o magari ti dicono (seri) che il pallone è il loro e tu no, non lo puoi tirare il rigore perché il rigore non c’é, contro di loro. Ma in fondo va bene così: il bello del gioco è la sospensione della incredulità e forse è proprio questo a rendere immemori di noi stessi (e dunque sani).

Attenzione però. Il semplice fatto che io e te stiamo giocando (preferibilmente al dottore, poi ti spiego) e magari siamo entrati in una bolla di piacere, non ci rende per questo dei bischeri. Se arrivasse uno da noi e mi dicesse: “Guarda, ho un metodo infallibile per misurare la febbre col termometro di Barbie: diventerai il più bravo dottore di Gotham City” ecco, io non ci cascherei. Capirei subito che quello lì non sa stare al gioco e pensa che tu e io siamo scemi solo perché stiamo giocando. Ecco no, non funziona esattamente così.
E dunque Twitter è un gioco, un gioco fottutamente bello, e Klout, Peerindex, gli altri strumenti di Social Media Analytics, a maggior ragione il contatore di follower di twitter (e i suoi validatori)  non dico che siano proprio proprio il termometro della Barbie, ma certo sono ben lontani dall’essere strumenti quantitativi attendibili. Per contare le stelle van benone, magari per fondare un Impero un po’ meno. A meno di essere Munchausen o dei maghi del “Fake it till you make it!”

Quando poi al conteggio si aggiunge la hybris è il momento di dubitare sul serio: il gioco si fa moscio e le fatucchiere cominciano a giocare. E non è certo questione di internet, né tantomeno di tecnologia. Solo farei attenzione: a forza di montar la panna si finisce per pensare che la panna diventi basalto e il basalto una roccaforte, e senza nemmeno accorgersene il delirio di onnipotenza è solo a un passo da noi.
In fondo il PIL e la contabilità nazionale sono nati negli anni ’30 esattamente così: strumenti di parte per far aumentare la potenza bellica percepita dal nemico. Un fake, più che un gioco, preso troppo sul serio e trasformato come per incanto in paradigma. Sappiamo tutti com’è andata a finire. Pensiamoci. E poi magari torniamo a giocare.

 

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Un pensiero su “2. I conti senza tasca

  1. Pensa, Filippo, a uno di quei turbinosi, sganglianti, misdivinosi accenti d’ira della natura, una pantissima cataclismatica crisi energetica che il petrolieri del ’73 a confronto facevano bolle di sapone, un diluvio di nero vuoto elettrico, dio, e tutta questa miliardaria battitura di tastiera patapuffata nel niente, smorzata, la sublimazione dell’innecessario che se si fagocita in un arciscombussolo di cortocircuiti, le ditine s’atrofizzano e fosse pure per settimane o giorni o poche ore, sull’intero globo terracqueo un solitario ghigno s’accende dalle parti di Babilonia, laddove al museo di Baghdad, mantrugiato dall’oscuro, s’illumina uno zolfanello e il volto perso di un omiciattolo con tra le mani lo sgagnetto d’argilla di pochi centimetri appena con su graffignate a stecchi e cubetti le disavventurose avventure del sovrano Gilgames…

    con affettuoso accento
    un povero passatista cartimpennato, in memoria di agostane letture letterarie d’antan che ci videro goduriosi e solitari

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