“Sono solamente soldi”

Non so voi, ma io ho una qualche difficoltà a immaginare cosa significhi la caduta dell’euro. Certo, gli stati nazionali indebitati vanno in default (dichiarano bancarotta)e non onorano più gli oneri finanziari, cadono delle teste nei governi e nelle istituzioni monetarie nazionali e internazionali, i risparmi e in generale i crediti sono a rischio, ma non è solo questo, non può essere solo questo.

E non è neanche tanto un discorso di tornare o meno alla lira, al di là di cosa prevedono in proposito i Trattati di Maastricht, i post dell’ottimo Fabrizio Goria o il programma del Tea Party islandese. Qui il punto è capire che una moneta non ha semplicemente a che fare con la gestione del debito pubblico, con le borse, con la fiscalità. La moneta è un’istituzione vivente e il modo esatto in cui è strutturata va a monetare i rapporti tra l’economia e tutti gli altri settori della vita associata. La moneta istituisce un mondo, fatto di equilibri e squilibri, slanci e decrescite, virtuosità e barbarie. Chiamiamoli rapporti-mondo.

Alcuni di questi rapporti-mondo sono quasi ovvi. Pensiamo all’euro. Quando è nata la moneta unica, abbiamo fissato e pattuito le parità con le vecchie monete nazionali. Un euro vale quasi duemila lire, questo perché, semplificando, doveva assomigliare più al marco e alla razza delle monete forti che alla lira, col suo stuolo di divise plebee. Chiaro che qui da noi rappresentò di fatto il raddoppio dei prezzi, ovvero il dimezzamento del potere d’acquisto di chi percepiva uno stipendio fisso o una pensione (diciamo per star larghi oltre un terzo del paese?). Altri rapporti-mondo, invece, sono meno scontati. La moneta ad esempio è la contropartita monetaria di tutta una serie di micro-decisioni che vanno dalla politica, alla famiglia e alla cultura. Noi non le mettiamo mai in discussione perché rappresentano la posta in palio del patto sociale. Pensiamo che sia perfettamente logico andare a lavorare in cambio di uno stipendio, ovvero dare otto ore della nostra giornata in cambio di moneta. Moneta che poi va a scambiarsi col tempo di una baby-sittter o di un cuoco o di una massaggiatrice. Proseguendo con le cose che diamo per scontate, ci sembra altrettanto ragionevole che nelle restanti ore di sonno dormiamo in una casa, poniamo, su cui stiamo pagando un mutuo, che altro non è se non un derivato della moneta come il formaggio pecorino lo è del latte. Euro o lira cambia poco: la moneta e la sua architettura vanno a normare, a regolare, a sanare, a declinare in un qui e ora tutte queste relazioni-mondo. La moneta è una specie di motore del nostro abitare sulla terra, il metronomo che scandisce il nostro essere qui e ora uomini del nostro tempo. Quello che è più sottile da captare è che a seconda di come lo siamo andati a costruire, il metronomo non si limita a segnarlo, il tempo, ma lo detta proprio. Se la finanza coincide coi mercati, chi va sul mercato e si quota in borsa (Facebook, ad esempio) si assoggetta alle sue leggi: in questo senso dovrà portare utili trimestre dopo trimestre, sacrificando magari obiettivi più redditizi di lungo periodo, come l’individuazione di un modello di business più sostenibile, che punti, poniamo, a monetizzare la piattaforma e il suo grafo sociale a prescindere dalla pubblicità. Ciò accade sempre per lo stesso motivo: perché asseconda la forma di moneta, credito e finanza che abbiamo voluto istituire per la società.

La difficoltà più grossa nel tentare di capire cosa significhi il default di una moneta è probabilmente dettata dall’istinto di sopravvivenza che ci spinge a non collegare alle sorti della moneta, dell’euro, alle sorti di tutto il nostro vivere insieme. Se salta l’euro non è che si torna alla lira: se salta l’euro saltano tutti i meccanismi d’interscambio tra economia e vita. Con l’aggravante dell’aver devoluto negli ultimi quarant’anni ogni dettaglio della vita associata all’economia. A saltare non sono solo i prezzi, ma tutti i riferimenti mentali, tutte le valorizzazioni dei comportamenti che ci consentivano di andare avanti. Nell’esempio di prima, non mancano semplicemente gli euro da corrispondere alla baby-sitter che ci tiene i bambini, ma salta proprio la valorizzazione del gesto: la cosa non fa più prezzo. Vi ricordate la Repubblica di Weimer e le valigie di marchi senza valore per pagare il caffè? Ecco, è questo a essere in gioco, e a saltare. Senza calcolare l’effetto del panico che scatterebbe in ognuno di noi: l’idea di non poter più prelevare i soldi dal proprio conto corrente, o che quei soldi non possano comprare più niente, cose così.

Il populismo dilagante e revanscista che sta tardivamente conquistando il mondo istituirà molto probabilmente un tribunale di Norimberga contro la finanza e le banche per presunti crimini contro l’umanità. Crimini peraltro facilmente documentabili, dall’Ilva di Taranto (che parte da lontano:  dal miraggio dell’industrializzazione dell’Iri, dei rapporti tra stato, banche e grande industria, dell’Ansaldo, dell’Italsider di Genova-Cornigliano e di Napoli-Bagnoli) ai prodotti tossici della finanza. Il lato spiacevole della situazione è che sul banco degli imputati, in qualche misura, siede ognuno di noi.

Ogni volta che non abbiamo messo in questione la moneta e la società che stava plasmando, ogni volta che non abbiamo pensato, scelto e lottato per costruire una società migliore, abbiamo apposto la nostra firma in calce a quel progetto. Come scrivevo giorni fa, ora è molto facile cedere al fascino del tanto peggio tanto meglio, ma il fatto è che se cade l’euro non vince nessuno.

La gravità della crisi mi sembra data dalla convergenza di più emergenze:

– la crisi del concetto di Stato-Nazione, che non è sfociato in un’alternativa sovranazionale

– la crisi del paradigma della scarsità (compreso le leggi sul copyright), che non ha ancora ceduto il testimone a quello dell’abbondanza

– la crisi dei media (editoria, tv e pubblicità), che assistono all’aumento dei produttori senza poter aumentare i fruitori

Se a queste aggiungiamo la crisi della moneta, ovvero il nesso portante degli equilibri socioeconomici, è difficile immaginare una via d’uscita. Soprattutto perché facciamo fatica a concepire la portata stessa del problema. Ho provato molte volte in questi anni a ragionare con gli altri sulla natura disponibile dell’istituzione moneta. Probabilmente ognuno ha la moneta che si merita: le sue due facce (testa e croce, il bene e il male, l’avidità e l’altruismo) sono le stesse facce della natura duplice che abita in ognuno di noi.
Questo ci costringe a rinunciare al vittimismo: non è colpa della Grecia, della Germania, di Maastricht o delle cavallette, è colpa nostra. Per cui claim your life back, come dire che ognuno di noi ha il diritto e il dovere di affrontare i problemi e di cavarsela da solo. Autopubblicarsi è come battere moneta, il settimo cavalleggeri non arriverà.

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