4. Quotarsi al buio, o il paradosso di Facebook

 

“La galleria è una notte per gioco,/

è corta corta e dura poco.//

Che piccola notte scura!/

Non si fa in tempo ad avere paura.”

Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Torino, 1960

e Luca Andreoni,  Tunnel, 2005-2006

 

Una galleria, di notte, sospesa in mezzo all’autostrada. Magari ti ci avventi incontro ai centocinquanta all’ora, le ruote che pulsano ipnotiche sulle intercapedini del viadotto, il cemento ti mozza il respiro e PAM! sei dentro, solo buio, anche di giorno. Ad aumentarlo, le lame di luce rasentano l’occipite in un singulto a raffiche, per finire affondate nel pozzo che pulsa là in fondo: l’uscita, corpo abbagliante in una promessa di cecità.
E poi c’è il freddo, d’inverno, in sospensione le gocce delle stalattiti, al centro, l’umidità che guadagna metri sulla parete e asfissia le figurine nei cartelli, omini fissili che corron via impazziti inseguiti dalle fiamme, SOS, colonnine spente, il boato dei TIR che si accumula nelle orecchie e straborda tutto d’un botto in una gola di decibel. No, è davvero troppo, sarebbe da impazzire non fosse per l’adrenalina che ti aggancia alla vita. Se poi sei bambino la prima volta lo stupore ti assalta, violento, e ti scopri dentro una voce garrula che chiede al papà: “ma è buio! che cos’è?”.
Attento, a ‘sto giro sei tu il papà. Lo so, stai guidando e non ne sai assolutamente niente del terrore, anche solo a spiegarlo. Serve una risposta. Silenzio: un secondo, due. Tre. Nel momento esatto in cui ti senti perduto, impreveduta, affiora la soluzione: “Siamo nella pancia della balena!”
Strano, esistesse la logica, una risposta così piomberebbe tuo figlio nel terrore definitivo. E invece no, il senso vira, la fantasia oscilla e appoggia il piede a scaletta nel climax… saltooo…. Funziona! Incredibile ma funziona. Senti che adesso potresti avere altri cento di figli, e consegnarli sgranati uno a uno nella bocca della galleria, pardon: nella pancia della balena, e funzionerebbe, ogni volta. No, tranquillo, non sei tu: è il miracolo del senso che si rinnova, generazione dopo generazione.

Esattamente a questo ho pensato, alla notizia della deludente trimestrale di Facebook: alle gallerie. Imprese aurorali, niente a che spartire coi processi di valorizzazione consueti. Qui a contare è il grafo sociale, eliche di DNA in cui scorre il senso del mondo. Piatto, alle volte, o affascinante come nei racconti di Sherazade, comunque e sempre vite narrate e interconnesse, incocchi di neuroni specchio. Come Google e prima di Twitter, Facebook per crescere si è affidato alla borsa, contraddicendosi. Il suo motore, centrifuga emotiva senza una direzione definita, ma affiorante, ubiquo, si riparametra nella sequenza lineare delle trimestrali, risultati puntuali da portare prima del modello di business. Dopo Google, LinkedIn e le mille altre start-up geminate in rete, il paradosso di Facebook è tutto qui: la quotazione in borsa distrugge molto più valore di quanto riesca a crearne, ad assecondare.

L’intersezione di tre paradigmi al collasso: editoria, pubblicità e televisione, tutti e tre bloccati su modelli di business superati, ancorati a una distribuzione di contenuti statici impossibili da valorizzare in digitale, o almeno impossibile perpetuando i vecchi schemi: recinta, conta e spremi, come se liquefare fosse uguale a liquidare, come se scarsità e abbondanza fossero paradigmi senza soluzione di continuità. La proprietà chiede ossessivamente di rinnovare i fasti di un passato che non può tornare, il management è sempre quello, ingrigito in un basso medioevo che si ricicla sterile di board in board, senza la minima idea di come inventare uno zecchino, di come far fruttare, di come  intermediare, per dare un senso a tutto questo valore affiorante. Ehi, ci sono miliardi di contenuti proliferanti, là fuori! Mentre qui, uomini prudenti, stolidamente venali e incanagliti dall’ego sembrano incapaci di realizzare che in tempi di declino serve uno spariglio, la mossa del cavallo, dare filo al flusso anziché tirare la corda. Al centro della galleria, assalito in ogni direzione sensoriale, hai solo due possibilità: consegnarti al buio, alla logica sequenziale, all’iterazione della finanza vecchio stile, oppure smarcare, tentare una lettura di sghembo, dichiararti nella pancia della balena. Viviamo tempi interessanti, il paradigma deraglia con una classe di impiegatucci del catasto alla guida. L’adrenalina sale, i conti economici calano e non tornano, gli stati patrimoniali cedono passo passo, la giostra dei manager scorre incolore. Tutto è finito ed è solo l’inizio: non si fa in tempo ad avere paura.

photocredit: Luca Andreoni

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