::: Come si attraversa Milano in bicicletta :::

pedalando Buzzanca

Non lo so. Ma so che quando gallizio ieri mi ha posto la domanda, ho pensato al perché oggi io mi muova per Milano soprattutto in bicicletta. È certamente una cosa buona muoversi in bici: nel mio caso questa decisione ambientalista, intelligente, altruistica, nasce da profondi, schifosi, laidi egoismi. Non sono certo il primo a ricordare che dai propri egoismi possano venire cose buone: e in questo caso la mia mobilità a due ruote arriva da schifezze come superbia, avarizia, accidia e gola. Siamo quindi nel campo dei peccati capitali ritenuti individualmente sconvenienti da qualche millennio, che però oggi, riciclati, portano a qualcosa di positivo collettivamente. Per apprezzare in pieno la bici, spogliando il proprio egoismo e trasformando i propri difetti in qualcosa di buono, è necessario quindi peccare. Io vado molto in bici proprio perché sono tremendamente superbo, e godo sorpassando decine di automobilisti, soli in coda, sintonizzati su radio atroci. Amo far loro il pelo agli specchietti, lo faccio volutamente. E mentre li infilo, mentre li passo, a destra, a sinistra, si stabilizza nella mia mente un sol pensiero, che costante divien certezza: “Ma stamattina, dio, del dio, del dio, del dio, davvero eravate obbligati a prenderla la macchina?”. Molti sì, saranno stati costretti: avranno avuto bambini da accompagnare, suocere da consegnare, spese da trasportare, letti Ikea da ritirare. Ma molti no: chiudo la questione e mi rispondo da solo con un no. Non erano obbligati. Sono solo pigri – ovvero accidiosi – o credono che la loro fretta si risolva più in fretta con un motore termico, o hanno timore del freddo (Il freddo a Milano eh, 45° parallelo: non a Capo Nord, 71°). C’è sempre tempo affinché il loro peccato muti forma, allo stesso modo del mio. Ma passata la superbia, e tornando ai motivi per i quali mi muovo in bici per Milano, c’è una sua parente, c’è la vanità. Nel 2000, a marzo, diventò obbligatorio il casco sui cinquantini. Io odiavo – e odio – il casco, tutti i caschi anche e soprattutto quelli da bici. Al tempo mi pettinavo con l’aria, in motorino senza casco. Non si poteva più farlo dal marzo 2000. La bici permetteva di espletare la medesima operazione da coiffeur, senza casco. Il terzo peccato capitale della mia ciclistica è l’avarizia: se penso a quanto ho speso per l’auto, da quando ne posseggo una, preferisco non pensarci. Nella mia esperienza l’auto ha mostrato e mostra i suoi vantaggi sulle lunghe percorrenze e sulle destinazioni sperdute in cui mi capita di andare piuttosto spesso, ma i costi fissi sono sfiancanti. La mia tirchieria au contraire gozzoviglia ogni volta che inforca la bici. E questo stesso pensiero passa per la mia testa quando devo prendere un mezzo pubblico. “Pagare per spostarmi. Pagare un euro e mezzo all’andata e un euro e mezzo al ritorno per muovermi”. Qualcosa non mi torna, anche perché in bici ci si muove quasi gratis: che io sappia non approssimandosi a Milano sperimentazioni con mezzi pubblici gratuiti, la bicicletta resta il mezzo più economico per spostarsi in città. Infine, l’accidia. Che non è proprio la pigrizia, ma poco ci manca. Ed essendo accidioso e avaro, non andrei mai in palestra per appianare i vizi della gola. Mai. Pagare per muovermi, pagare per fare fatica, pagare per correre, pagare per fare delle scale finte, pagare per andare su una bicicletta che resta ferma. A me, all’alba dei trent’anni, queste continuano a sembrare follie. Per questo la palestra ha due ruote e una sella, non sarà al chiuso – meglio ancora! – e funziona benissimo.

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