Twittare non nuoce

Mattia Moreni

Mattia Moreni, Lungimiranze

Negli ultimi anni ho compiuto alcune scelte improvvise (qualcuno dice improvvide). A caldo non ho saputo bene spiegarmele. Dopo vent’anni, ad esempio, ho smesso di fumare i sigari toscani. Smettere si può, è vero. Quello che mi ha stupito non è stato tanto il fatto di aver smesso dalla sera alla mattina: mi ha stupito molto di più il fatto di aver smesso all’improvviso senza averlo deciso prima. Perché? In apparenza il motivo è inspiegabile. Certo, alcune componenti sono palesi: forza di volontà, determinazione, senso del controbalzo.
In particolare amo raccontare di non essere più disposto a essere schiavo di qualcosa e il piacere del sigaro oltre che un (grande) piacere si stava ormai trasformando in un riflesso condizionato.
Un altro esempio? Il calcio. Dopo anni di telespettatorismo, con tanto di abbonamento alla pay per view, ho capito che seguire il calcio in televisione è un lavoro e io di voglia di lavorare, com’è noto, non ne sono granché provvisto, almeno non deponendo il senso critico e il rispetto per se stessi, dettagli su cui un po’ troppo spesso si corre via veloci.
Tento una spiegazione e poi chiudo con un terzo esempio.
Al di là delle variabili macroscopiche (forza di volontà, bastian contrarismo, ecc…), che io considererei più precisamente come sintomi, il motivo profondo per cui ho messo sia di fumare che di vedere la televisione (in particolare il calcio) è che non sono più adatto a sopportare la latenza implicita dalle loro sintassi. Mi spiego. Il monopolio tabacchi (o ex presunto tale) è un editore che pubblica i propri contenuti (nel mio caso i sigari) distibuendoli nelle tabaccherie in giro per il mondo. L’inefficienza e lo scarso rispetto per la clientela fa sì che gli ex-monopoli distribuiscano sigari ben conservati a macchia di leopardo e con scarsa continuità. Non di rado nei lunghi anni di toscanismo ho visto anche i migliori tabaccai servirmi loro malgrado sigari secchi e male in arnese. Qui viene il punto: io sono un fumatore esigente e trovo normale pretendere sigari al massimo della qualità. Per riuscirci, nello scenario avverso a pena descritto, ero disposto a sobbarcarmi lunghe ricognizioni, guerre di sguardi sulle confezioni, accumulo di eventuali partite di buona qualità, distruzione forzosa di sigari a cattivo tiraggio. Un comportamento da nerd che attuavo inconsciamente per guadagnarmi il piacere della foglia ben temperata. Quando però due anni fa, in un momento di particolare resipiscienza del mio senso critico, mi sono accorto del lavoro immane che mi stavo sobbarcando per la semplice ragione di voler continuare a fumare, ho deciso di smettere. E l’ho deciso d’impulso, come si scaglia imprevedutamente una cartaccia a sfregio in un cestino.

Ho smesso perché la latenza che l’editore ente tabacchi mi imponeva per fruire dei suoi contenuti è insostenibile.
Così come ho smesso di seguire le partite di calcio in tv perché la latenza ossessiva e il ritmo con cui mi venivano proposte le partite (praticamente 18 ore al giorno) e la microlatenza con cui nelle dirette di Champions o di campionato mi venivano proposte anche 6-8 partite in sincrono con aggiunta di pubblicità aggressiva, mi esponevano a un livello di ansia e di consumo intollerabile.

Questi processi mi hanno lavorato dentro corrodendomi lentamente, fino al momento esatto in cui (ho deciso che) si spegne (il palinsesto tv).
Quando ho scoperto twitter (che per me è solo una piattaforma mobile, non sopportandola su desktop) mi sono sentito a casa: ho colto subito che quel galleggiamento tra sintassi e latenza, da me liberamente modulabile sulla timeline a colpi di scroll, era perfetta per le mie esigenze.
Una volta sperimentato quello spazio di pubblicazione, tutti gli altri mi si sono riparametrati in un istante:

fumare toscani -> inaccettabile

il calcio in tv -> inaccettabile

e, sorpresa sorpresa, lo stesso mi accade con la lettura. Ormai leggo solo in vacanza, mentre nel quotidiano leggo solo alcune pagine a sfalcio qua e là.

Perché? Sempre per la stessa ragione: il mio ambiente naturale è una timeline di twitter, in cui il rapporto tra latenza e sintassi aderisce naturalmente al mio cervello. Leggendo un libro mi viene richiesto di deporre l’apparato di scrittura e l’apparato critico con cui effettuo il mio continuo lavorio di mash-up di tutto ciò che scorre sul mio campo percettivo per immergermi univocamente nel testo. Uno scambio oneroso, non sempre sono disposto a farlo. Lo accetto soprattutto se sono già nelle condizioni meno adatte per scrivere e per rielaborare standomene poco connesso (sotto l’ombrellone con poco campo, ad esempio).

Non so voi, io mi trovo molto meglio così. È l’entropia del flusso in timeline: indietro non si torna, anche perché nuoce gravemente alla salute mentale.

 

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