un pezzo alla volta

ogni volta che un pezzo di milano se ne va sento dentro uno spaesamento  disperante. Già Milano è una brutta e mal combinata città – diceva Gadda, che in fondo l’amava – se poi vai anche a perdere i riferimenti, i salva-vita, tutto sembra perduto (e lo è).
 Più un uomo ha saputo essere interprete del suo mondo (che è anche il nostro), più ha saputo aggiungere la sua cifra al profilo dei giorni (con ironia, acume, cocciutaggine, improntitudine maramalda, quel che l’è) e più noi siamo in grado di identificarci con lui, di sentire il mondo con lui, di sintonizzarci con affetto. E allora basta un urlo impreveduto fra le case, uno spicchio di luna, un ritornello bleso ed ecco all’improvviso che la brutta e mal combinata città è tutta un farsi docile, sghemba, sopportabile. Persino bella. Forse soprattutto per questo, ora che quel qualcuno se ne va, accusiamo una perdita inaccettabile. La sensazione, precisa, è quella di non potercela fare.
Di Enzo amo la sguaiatezza inarrivabile, la capacità di annullare il confine fra cervello e scemenza: andava a orecchio e questo bastava. Sul palco, e nelle nostre case, entrava in uno stato di grazia da derviscio ilare-beota, un tutt’uno col fraseggio e con la ritmica, e tu rimanevi lì, inchiodato sul filo del cortocircuito in cui l’intelligenza scolora nella scemenza. E a quel punto in fondo non importava che azzeccasse o meno la nota, che ci fosse o no la spalla, che fosse suo o meno il pezzo. Girava giusto! Poi il pezzo finiva e tu cadevi giù come una trottola (dev’esser così che è caduto giù l’Armando). Poi ieri sera oltre all’Armando è venuto giù tutto il resto: la pioggia, l’ipotesi di governo, lo stallo, quasi veniva giù Napolitano e poi la botta: Enzo. Lacrima. Amarezza. Ti senti sgominare via dentro. 

Se però lo lascio scendere dentro per un istante, quello sgomento vira.

Milano se ne va, un pezzo alla volta. Gadda, Bianciardi, Giuan Brera fu Carlo. Basta, fermiamoci qui.

Ho solo due punti di risalita. Sono due cerchi concentrici che mi sferzano. Il primo è l’incipit di un racconto di Tommaso Landolfi:

«Da quel lontano tempo, nella cosiddetta o sedicente Milano non ci son più stato. E quando sento, per esempio: “Lei dove scende?”.
“A Voghera; e lei?”.
“Io vado a Milano”, rido sotto i baffi.
Milano, è evidente, non esiste».

Già, e invece io ogni tanto ci casco. Guardo per esempio le foto di Milano sparita e per un attimo abbocco. Poi però capisco che rincorrere è vano, arginare la stupidità inutile. Certo, la Milano acquabile di Bonvesin de la Riva affascina anche me, ma ci siamo giocati tutto sulla ruota asfaltata del progresso del dopoguerra e abbiamo perso. Punto.

Milano è sparita: non possiamo ripercorrerla, non possiamo rincorrerla, dobbiamo per forza reinventarla. Come fuga in avanti. Vedere una Milano che non c’è ancora e plasmarla. Un pezzo alla volta. Prendere i talenti e i visionari e dargli spazio. Penso alle foto di Milano sono io, alla lasagna di Tomàs Saraceno, le ciclovisioni urbane di Milano Bikedistrict, il laboratorio di Ossobook e (perché no) i cuoricini di pleens.

Musica!

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