di cosa parliamo quando parliamo di Instant Self-Publishing

“la bellezza salverà il mondo in pdf” (azael)[/caption]

(Questo post è liberamente attratto dal mio intervento all’International Journalism Festival di Perugia)

Viviamo in un mondo in cui il giornalismo deve fare i conti con pochi semplici punti fermi. Le cose semplici non sempre sono le più difficili, ma quasi. Se nel 2003 Barbara Sgarzi doveva incitare i commentatori di Cosmopolitan a pubblicare sul sito (e il suo “scrivete, scrivete, scrivete” era stato accolto da un sonoro “ma scrivetevelo voi sto giornale”) oggi al contrario siamo travolti dai contenuti di ogni ordine e grado e dovremmo quasi tagliarle, le mani, ai commentatori per farci largo tra miriadi di commenti per arrivare a un post o a un pezzo autoriale. Fino a qualche anno fa il valore dell’informazione viveva un paradosso: non essendo possibile valutare il valore di un’informazione (e quindi la congruità del suo prezzo) prima di averla acquisita dovevi comprare al buio, aiutato solo dal tuo istinto, dall’esperienza e dalla reputazione delle fonti. Ora invece il paradigma è cambiato e vige una sorta di teorema dell’impossibilità dell’esistenza del contenuto di valore.

Il ragionamento è più o meno questo: i contenuti sono talmente abbondanti che presi singolarmente ed estratto un contenuto X a caso da una qualunque piattaforma abbiamo la ragionevole certezza che in media quel contenuto da solo avrà un valore pari a zero. Un tweet non ha valore, un post di un blog nemmeno, un articolo raramente, una foto a caso di Instagram non se ne parla neanche. Va da sé come corollario, innanzitutto, che ogni rivendicazione del riconoscimento del giusto prezzo per la valorizzazione di un post, di un articolo su una testata indie online è destinata di per sé a non trovare un riscontro alcuno. Ma non tutto è perduto se un anno su due anche il calendario gregoriano regala un giorno, diceva il poeta.

Il passaggio che siamo chiamati a fare nell’ecosistema delle scritture è dai contenuti statici, pubblicati in formato chiuso (la classica edizione di stampa) a una sequenza di contenuti. Gli stessi contenuti presi singolarmente o sommati uno a uno valgono zero. Presi invece in una sequenza fertile, innescano dinamiche ad alto valore aggiunto. Totalmente inattinto. Un punto, questo, ben spiegato da Alessandro Baricco nel suo “I barbari – cronache di una mutazione”, ma Baricco è un autore denigrato per statuto, a maggior ragione quando, come in questo caso, ha ragione. Dal punto di vista editoriale dobbiamo abituarci a convivere con un paradosso: mai come oggi c’è stata abbondanza di scritture eppure mai come oggi queste stesse scritture sono in loro stesse prive di valore. Il compito di un’editoria pienamente digitale, nativamente digitale, è quello di filtrare i flussi affioranti di scritture e renderli percepibili, valorizzabili. Questo vale su tutta la catena del valore editoriale: autori, curatori, editori e lettori. Detto in termini digitali, la vera discontinuità sta nell’accorciamento estremo della distanza tra chi scrive e chi legge, fino a farli coincidere. I commentatori sono talmente vicini a chi scrive da diventare in linea di principio coautori: tutto sta nel ridefinire delle regole d’ingaggio con l’obiettivo di rendere possibile un flight-to-quality. Ma un’altra cosa che abbiamo imparato da questo modo di lavorare è un diverso approccio con le scritture. Mi riferisco in particolare alle scritture affioranti. Le fonti sono importanti. Bisogna andare alle fonti. Le scritture non fanno eccezione. Penso che un buon progetto editoriale debba andare a cercare le scritture dove esse già sono. Ho in mente una prima modellizzazione di tutto questo: chiamiamolo il self-publishing via whatsapp. Abbiamo detto che un contenuto scelto a caso su una qualunque piattaforma di pubblicazione in media vale zero eppure c’è una sottovalutazione del grado zero della scrittura: tutti scrivono. Ho scritto e detto in più occasioni che è in atto “la più grande operazione di scrittura della storia di sempre”.

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Vediamo di fare un passo ulteriore: domanda: se voi doveste scegliere il massimo comune denominatore di queste scritture cosa scegliereste? Qual è l’operazione di scrittura più diffusa, più barbara e con minor carico cognitivo?   Sicuramente l’instant messaging, il cui riferimento oggi è WhatsApp  (appena “acquistando” da google, un editore secondo il mio linguaggio, e mi fa piacere aver appreso ieri che anche nei panel mainstream si comincia a parlare di Google – ma vale anche per Twitter e per Facebook – come editori). La mia idea di self-publishing è di offrire alle persone una piattaforma di IM (una commodity) in cui oltre alle funzionalità standard c’è una clausola di opt-in per un servizio di matching che funziona più o meno così: consento all’owner della piattaforma di processare semanticamente i miei messaggi al fine di matcharli con quelli di altre persone potenzialmente affini a me, sia in termini di bridging sia di bonding. Il self-publishing che ho in mente è un mix tra WhatsApp, Tetris e Chat-roulette (ve lo ricordate?):  un po’ dating, un po’ “da dove dgt?” delle chat anni ’90.   Piattaforma di IM con la logica del ready-made facilitato, secondo la definizione di Duchamp , piattaforma di IM (web e mobile soprattutto) in cui l’editore gestisce le conversazioni con algoritmi che matchano semanticamente le conversazioni. In uno spazio semi-pubblico e semi-privato.

La dinamica: le persone accettano di rendere pubbliche (pubblicate) le loro scritture: è una piattaforma aspirazionale a tutti gli effetti in cui il ruolo dell’editore è far emergere le affinità tra persone e storie, per farle vivere come tali a prescindere dalle relazioni preesistenti.

Ci sono naturalmente anche delle criticità. Come tarare degli algoritmi di pertinenza narrativa? Quali criteri di assimilabilità tra le conversazioni? Se tu fossi lo sceneggiatore cosa vorresti trovare come feedback di matching alla tua conversazione? Come ome inserire / distribuire contenuti più editoriali sulla piattaforma? Come confezionarli (format)? Come aggregarli? (= come venderli?) Se dovessi scegliere e sintetizzare tutto questo in una formula parlerei di instant self publishing. La necessità di un meccanismo simile non è un parto della mia fantasia, pensate per esempio alla funzionalità “similar to you” di Twitter (un servizio strepitoso in cui sofisticati algoritmi vengono fatti girare con l’obiettivo di individuare a botta sicura le tre persone che più ti stanno sul cazzo) o alle campagne di retargeting per cui se prenoti un albergo a Rovereto per giorni ti proporrano di prenotare un albergo a Rovereto. Sapete perché i suggerimenti così impostati non funzionano? Perché gli sviluppatori (massimo rispetto per) sono pigri e si fanno raccontare il mondo dalle specifiche e dai requisiti degli ingegneri, per cui se vai a Rovereto è perché vuoi andare a Rovereto, no? Ma occorre ripartire da qui e scandagliare semanticamente la massa delle scritture collegate alla notra galassia (testata, blog, account twitter o Facebook). Occorre una forma di sintonizzazione psicologica tra gli scritto-lettori: il mondo è scritto in un grande software multithread e procede a strappi di pairing. Poche cose al mondo danno più senso alla vita dello scoprire casualmente una scrittura gemella alla nostra. Un tema che piacerebbe molto a Laszlo Barabasi e una perfetta realizzazione della teoria fisica dell’Entanglement  (qui una sua misurazione della teoria dei grafi). Applicata alle scritture potremmo dire che esistono scritture perfettamente identiche e correlate tra loro pur essendo a un grafo-luce di distanza. Un’idea sulle cui spalle poggia, secondo chi scrive, gran parte delle sorti del self-publishing.

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