non correre

noncorrere
Ammettilo: questa città è ostile alla forma di vita “Persona”. Per un po’ di tempo ho pensato di resistere, di andarmene, di obiettare. Poi ho capito. Ho capito che questa città me la devo reinventare. Da capo.
Partendo dal punto esatto in cui la realtà batte il piede e salta verso il possibile. La realtà, infatti, non va superata: va saltata. Mimeticamente. Io ad esempio questa città me la corro. Sì ho deciso di correre, rischio compreso. Corro il rischio: la inseguo. Per correrla devo correrci dentro, a questa città. Senza protezione. Per questo evito con cipiglio la corsa nei parchi. Se il rischio va corso, voglio correrlo a pieni polmoni.
Siamo in gioco dunque: allaccio gli scarpini e corro. Siamo io, Siri e la derive. Fendo il mio stiletto sulla mappa, un passo dopo l’altro, e mi ritaglio una vita. La mia. Con te. Con te che mi corri dietro e mi precedi. Se mi fermo mi attraversi, quella davanti regredisce e impatta in quella dietro che aggredisce, piuttosto. Ringhi Culmini in me come il mare un tesoro affondato. Io ti ripesco e ti sfondo, a fondo, ma per sentirti riaffiorare in primo piano. Sforo. E ti sfioro. “Piano, parla piano. Fermati. Poi riparti. RIportami con te. Saremo. Dove la notte lambisce utopia”. E sia. Mondo. Qui. Ora. Non più, la realtà. Fondo. La vita. “Corri troppo”. Corro troppo perché non ho altro modo di rallentarti. Riparti. Mi guardi: “Poco male. Anzi. Nulla da fare: c’è l’odore del sale”.

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