Quello che vuoi

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Quando non sarò più in nessun dove
e in nessun quando, dove
sarò, e in che quando?

Giorgio Caproni, Tre interrogativi, senza data


Ci ho pensato anch’io, Stazzitta, a quella domanda.
Ci ho pensato a lungo, fosse anche solo per disattendere il luogo comune secondo cui se fai una domanda devi avere per forza in tasca una buona risposta. No, non credo resti nulla di noi quando tutte le parole sono state usate. Tu dici che è una questione di corrispondersi, che c’è un duplice senso in questa rispondenza profonda, nel risuonare insieme. Non proverò a negarlo e va da sé che tutto ciò che scrivi è giusto e condivisibile. Eppure qualcosa non torna e questo qualcosa che recalcitra nel tornare forse dovresti provare a farlo corrispondere con “quello che resta”.

Perché vedi, io li immagino, li ascolto questi milioni di esseri umani che in ogni istante si (ri)connettono gli uni con gli altri (una corrispondenza anche in questo caso, te lo concedo) e versano il loro tributo di (ty)ping all’amore.
Ci ho pensato a lungo e forse tutto questo profondersi (cercalo, già che ci sei) mette in luce qualcosa di diverso ancora. Mi ci metto anch’io: siamo il corpo di luce della scrittura. Diamo corpo a un segno che trascolora. Il corpo del segno. Siamo quello che si accende nel corpo della scrittura. Lo sai cos’è un buco nero? Un corpo che brucia, brucia brucia, o consuma consuma, fino a sedersi su se stesso. Autopubblicarsi è godere. Autopubblicarsi è accendersi in questo collasso del segno. Quando tutto è consumato, quando tutte le parole sono state dette, quando siamo la corda, il filo di fumo della scrittura, lo spazio-tempo si piega. Nulla resta se non il sedimento della parola. Se non lo sbriciolamento della parola. Soffocami con questa tua mollica di pane.

(Che poi, a pensarci bene, whatsapp in italiano potrebbe suonare semplicemente un “che c’è”).

“Icché s’cé?”

Ché c’è c’è.
Ci sei?
Allora segnatelo:

Noi siamo scritti dalla scrittura.
Non è questione di che cosa resta ma di come ci si arriva, al bordo della scrittura (e se ci si arriva).
In ordine sparso. Capelli.
Chi arriva a chi sul bordo della scrittura?
Io sono sul bordo, tu sei sul bordo. È lo stesso bordo che ci slabbra?
Ha bordo. A bordo.
Esser gettati nelle parole dell’altro.
Io sono te. E tu? Sarai me quando affonderò nel gorgo della scrittura?
La parola lascia il segno. Lascia perdere.
La parola passa di mano e si accende alle labbra.
No, non resta: l’impertinenza del segno digitale.

«Non la intendo più. L’ho intesa? È stata detta? Da chi? È già stata scritta, ed è per questo che sono perduta».

L’eterna ripetizione del “vieni”. A pelo d’acqua. La parola.

«Sa che non si custodisce se non ciò che si perde. Se stessi. Non si perde soltanto ciò che non si custodisce, si perde ciò che si custodisce. L’altra cosa (l’altra sponda, l’altro segno, ecc.) è persa perché vi rinunciate. Ma quella che custodite è persa perché rinunciate all’altra. E la fenditura tra le due non è niente. Eppure è quella che occorre occupare. L’avaro conseguente analizza la fenditura. Poi fa la spola tra le due»

Dimentica. Resta. Custodisci. Perdi.

 

 

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