Misticanza di Tumblr

L’uomo sogna di continuo e ogni volta in sogno è un vano tentativo di oblio. Perché? Facile. Perché “Essere presenti a se stessi” è la nemesi perfetta di ogni umana bruttura. Ogni nostro agire è uno sbaglio indefettibile, per fortuna madre natura è organizzata in mille ridondanze in cui si rilancia malgrado noi. Il mondo tiene e ci deglutisce in un suo abbraccio fecale. Eppure l’uomo non è solo sozzura, l’umano è anche energia. Partendo da dentro, ognuno di noi si libra nel vuoto e accede a una sintonia. Lo facciamo di continuo, dissipandoci, lottando con l’entropia che intende azzerarci a sasso. Soccombiamo, certo, ma non siamo succubi. Il senso della vita è lanciare un segno oltre questo sasso, dissiparsi ma in una parabola armonica, che restituisca senso a questo essere segno. Non contento di tentare il creato col suo diretto sparpagliarsi, l’uomo s’inventa anche miliardi di forme di mediazione: è il mio essere nel mondo in parole, immagini, linguaggi, emozioni. La tecnica è il fuoco di questa intensificazione. Se provi a collegare la tecnica al tentativo di oblio iniziale, ecco spiegato un trucco per render sopportabile l’esistenza: brevi oscillazioni d’immaginario che restituiscano onde di piacere immemori. Durare oltre l’assenza di durata. Durare in questo nostro venir meno. “Stai qui”, è tutto quello che posso dirti, amore. Ma lo dirò sparpagliandomi in mille e mille rivoli di energia. In cui non sarò, per sempre.

Se me ne vado, resto dentro di te. Ti ucciderei se volessi fartene carico. E allora anche qui deframmento, sfarino il mio sé in microgranuli per lasciarli andare a pelo d’acqua. Specchi di specchi a deformare il firmamento. Meglio ancora se riconosco tanti piccoli me nei pezzi frastagliati di altri. Specchi, anche qui: spicchi della mia durata ultraterrena. “Tienimi con te, amore”, è tutto quello che non so dirti.

L’uomo, la tecnica, l’a/presentazione del sé nei media. La tecnologia perfetta è quella più fedele alla nostra scomparsa. “Be the media”, lascito continuo in mille tocchi di farfalla. Ogni volta che mi riconosco in te e mi rilancio, accedo in un guizzo di oblio. Il Retumblr. Ogni volta che inanello una sequenza di rilanci entro in una leggera trance e svaporo. Dobbiamo esser grati a Tumblr per aver mostrato una via possibile alla sintonia felice. Chiamiamo micro-felicità questo campo disseminato di noi in frammenti che accedono endorfine. L’immagine è ipnotica, l’immagine (più della parola) scolora. La parola no, la parola meno. Perché incocca, perché in/siste: la parola è un tonfo che ci richiama a noi stessi, al nostro essere qui parlanti. Abbassiamola nella gerarchia del creato e innalziamo la sequenza ipnotica.

L’autopubblicazione seguendo due linee di fuga. La prima ha a che vedere con l’espressione del sé a prescindere dalla catena del valore editoriale a stampa così come lo abbiamo inteso da sette secoli. Chiamiamola intensificazione dell’ego coi nostri media. La seconda, quella di Tumblr, ha a che fare con il consegnare se stessi a una catena d’interpunzione altrui, un crinale sottile in cui ogni differenza tra il sé e l’altro viene meno, è il trionfo del contenuto riflesso.

Qui il cerchio non si chiude: ci consegnamo agli altri per essere veramente fedeli a noi stessi. Andarsene per restare. Dentro gli altri. “Vengo meno, amore”, transfondendomi in te. Micro-rilasci, a bassa intensità. Pare che il gran trapasso sia più agevole per microcessioni di senso. Tutto è in tutto e io non so più nulla. Pura energia in dissipazione. Senza sapersi perché.

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