Caminando il mondo

marina

“Solamente con intenzione di andare caminando il mondo”

(Il tesoro della vita humana.
Dell’eccellente dottore & Cavaliere
M. Leonardo Fioravanti Bolognese.
Diviso in libri quattro
,
Venezia, Appresso gli heredi
di Melchior Sessa, 1570)

Ce la possiamo fare. O forse no. Chiunque abbia un minimo di sangue nelle vene a un certo punto capisce che le promesse mantenute e quelle non mantenute sono separate da un niente, fai conto da un’impronta di facocero calcata all’indietro. Gli esperti la guardano e la soppesano, spesso la scambiano per un cinghiale. Ogni grande uomo è stato una promessa di mentecatto e forse anche un po’ mantenuta. Se ce la fai bacia, bacia molto e bacia anche per terra.

A Yale c’è una ragazza, chissà chi cazzo è, sguardo intelligente, piena di difetti, magari ingenua ma cazzuta, magari ferocemente insopportabile. Marina Keegan è la migliore di tutti noi. Tutti abbiamo incrociato una Marina Keegan a vent’anni. L’abbiamo sognata e sfanculata, invidiata e calpestata. I più fortunati di noi l’hanno anche compresa, accolta e amata.

C’è un momento, mentre fai l’università e non hai la men che pallida idea di che ne sarà di te, in cui hai la precisa sensazione che non prenderai quel treno. È una percezione irrazionale ma netta. Le premesse contano poco. Magari avevi scelto quella università per le occasioni che ti avrebbe dato, per le strade che ti avrebbe dischiuso. Guardi i tuoi compagni e li vedi: hanno il biglietto, loro, stanno per salire sul treno. Grottesco. Ma veramente? Ma certo! Ma no. (“O miei amici, non ci sono amici!”). E in effetti Carlo, Lorenzo, Antonio, Pietro, Ivan, Annalisa saranno chi al Fondo Monetario, chi alla Banca Mondiale o in qualche Private Equity londinese, chi in cattedra all’Università o all’Antitrust. Tu no. Tu sei lì coi tuoi vent’anni e due barattoli, una futura ex-ragazza che ti vuole molto e ha intuito benissimo che non farai carriera, mai nessuna carriera. Li guardi e hai il senso di angustia in cui capisci che non ti appoggeranno, i tuoi compagni di corso, non ti scorteranno in una crociata che appare giù destituita di fondamento prima ancora d’iniziare. Un perfetto idiota, ecco cosa sei. Un imbecille che non troverà alcuna strada tracciata e probabilmente si perderà mille volte per le vie del mondo. Ma sei testardo, pigro, mediocre, la determinazione ti è aliena, la tua presunzione è un ramo cadetto, una virtù troppo potente per estinguerla a capo di un’organigramma. Andrai a cazzo di cane, prendendo carte dal mazzo senza sapere bene la posta.
Terrai le orecchie ritte, si sa mai che a un certo punto tu ci capisca qualcosa. E inizi, inizi tutta una serie di giri larghi a vuoto sottovento, esperienze insulse e ghirigori, letture, idee, progetti in cui a tratti risuoni e in cui sei tu, incontri che ti segnano e te li porti dentro. Non sai neanche tu se hai speranza, se sei vivo o disinnescato, o se magari spunterai sporadico da qualche parte.
Sai solo che la tua generazione è salva e perduta, sai solo che tu sei dentro e sei fuori.
Gli altri ti riconoscono e ti bandiscono. Sei tu il migliore e il peggior mediocre dei tuoi anni. Sei il picchiatello, la matta a cui delegare quel pizzico di follia che loro hanno espunto dai giorni. Il loro epimeteo lunare, amato e rinnegato ogni volta. La loro farsa e il loro destino, la promessa e l’incantesimo, la sentenza e il malefizio. La loro ultima poesia, il bardo e il perdigiorno, il loro eroe morto in guerra. Se ce la farai loro l’hanno sempre saputo, se morirai si capiva che non saresti andato da nessuna parte. E il buffo è che hanno ragione, la verità è doppia come la vita, vinci perdi senza giocartela mai ogni volta.

Marina ha il talento di intuire il suo tempo, Marina sa dove affondare il coltello del pensiero, ha l’urgenza di portarci in salvo senza scampo. Ha scritto due o tre cose sul suo computer, alcune le ha pubblicate dove ha potuto, altre sono state ripubblicate dopo. Aveva l’urgenza di capire dove una generazione può approdare. La responsabilità avvelenata del talento, la capacità di dire la parola che conta. In nome di chi parliamo? Posso io alzarmi e prendere la parola per gli altri? E a che titolo? Ho il diritto di dare un senso al mondo (e quindi anche a te?). Marina è sola, ma trova le parole definitive. Anzi, non le trova:

“We don’t have a word for the opposite of loneliness but if we did, I could say that’s what I want in life. What I’m grateful and thankful to have found at Yale, and what I’m scared of losing when we wake up tomorrow and leave this place”.

 

Marina se n’è andata in fondo a una curva a ventidue anni. Marina ci ha salvato la vita.

Una sera di ventiquattro anni più tardi avrei capito due cose. Non lo fai apposta, ma capisci. La prima è che quella sentenza di Geminello è vera: “c’è un momento, un evento esemplare della vita che la informa di senso e la spiega tutta a ritroso”. Sì, è così. Le cose non le capisci mentre avvengono, le cose le retroverti in una luce nuova solo dopo, quando il tassello ti compie. Allucinante.
La seconda è che non sei più solo, che qualcuno, un compagno segreto, un complice oscuro l’hai avuto, in tutti questi anni. Faceva i suoi, di giri strani, non avevate la manco minima di essere sodali. Ma lo siete. Continui a non sapere un cazzo di quel che vai facendo, ma lo fai, ora suona, ora ha un sacco di senso. E riparti. Il terrore ti assale. Un terrore retrospettivo immedicabile: capisci quanto sei stato solo prima, quanto ti sei portato sulle spalle il peso di una cosa enorme, pesante e che non capivi. Quella cosa sei tu ed è stato tremendo. Sono scoppiato a piangere con un senso di perdizione totale. Me lo sono chiesto come diavolo ho fatto, tutto quel dolore, tutta quella pochezza, la mancanza di un traguardo comunicabile a se stessi e agli altri. Hai rotto i coglioni a tutti con un progetto senza meta e senza identità girando a vuoto da sempre. Ora ce l’hai fatta, ora sei in salvo e non sapresti spiegarlo.

It’s not quite love and it’s not quite community; it’s just this feeling that there are people, an abundance of people, who are in this together. Who are on your team.

Ora sì. Ora non ha importanza cosa combinerai e se e cosa. Ora sei qui, ti accorgi che il più, l’insormontabile, è già tratto, hai cambiato mille volte la tua vita essendo te stesso, contraddicendoti e amando male ogni volta, “The opposite of loneliness“, qualunque cosa sia, dev’essere questa roba qui.

 

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