Memorie intime

Harmonia caelestis

Apro a caso e leggo un passo di questo libro:

Mario tuttavia a Ivrea s’annoiava a morte.
Mario aveva fatto, nell’estate, un viaggio a Parigi; era andato a trovare Rosselli, e gli aveva chiesto di esser messo in rapporto, a Torino, con i gruppi di Giustizia e Libertà. Aveva deciso, ad un tratto, di diventare cospiratore.

Sarà stato il 1987, anni di liceo, o forse i primi dell’università. Parlavo già poco con mia madre, quelle cose dure dell’adolescenza protratta per cui sfiduci quasi ogni singolo verbo proferito da chi ti ha dato la vita. Istinto di sopravvivenza, idiotismo malriposto in un bisogno cieco di smarcarsi in una direzione qualunque da chi, chissà come chissà perché (certo non lo saprebbe rifare), ti ha messo al mondo. La letteratura, le trappole della letteratura, sono il campo di battaglia par excellence in cui il patrimonio genetico allibra e rilancia il ricatto morale.

Una famiglia è anche – forse soprattutto – fatta di voci che s’intrecciano.

Chissà chi l’ha scritto questo attacco in quarta di copertina. Sento la voce di mia madre, dolcemente arresa ma non ancora disperata: “Leggilo, dovrebbe piacerti Lessico famigliare [con la g. Io l’avrei scritto con la g?]. Non l’ho mai letto, ovviamente. Dopo averlo visto e scansato negli anni mille volte in libreria, dopo averlo preso in prestito un paio di volte in biblioteca per lasciarlo intonso, oggi me lo ritrovo in uno scaffale disordinato di fumetti e cattive edizioni a Manduria, in questa casa fatta di morte e di vita e di silenzi a(r)mati. Ho aperto a caso una pagina, appunto. Mia madre lo avrà senz’altro letto quando è uscito, deve averlo amato molto, lei che la famiglia l’ha persa quasi subito, sguinzagliata in un tramonto non più dorato, fatto di silenzi, d’incomprensioni, di fallimenti finanziari, di segni irricostruibili oggi per me, a Manduria, sotto i poster di Marcellino. “Un paese senza documentari è come una famiglia senza fotografie”. Già. Ma chi le scatterà mai, queste dannate fotografie, a una famiglia perduta? Non si parlava di  famiglie disfunzionali, allora. C’era stato il crollo emotivo dopo che la società del nonno Roberto era fallita, a Torino. Facevano i cruscotti nell’indotto Fiat, Roberto Claar, mio nonno, un uomo alto ed elegante, la sua pelata ombrosa di nei e “il suo pane nero abbrustolito sulla stufa quasi a bruciare e poi affogato nell’aceto con una goccia d’olio, a lui piaceva così”. Un socio lo aveva messo all’angolo, pare un Cingolani (non era Cingolani, lo so, facile che me lo confonda con un commentatore del Foglio, ma che importanza può avere ormai?), poi forse senatore per il PCI.
Lo choc era stato forte, la casa di via Boccaccio chiusa, nonno avrebbe vissuto gli ultimi anni della propria vita in albergo a Torino. Vent’anni, sarebbero stati, o giù di lì. E la casa in Romagna fredda e inaccessibile, per la nonna Marilena e la nonna Cloti, meglio una casetta a San Piero per le Contesse Gallo Cane, così sarebbero state apostrofate le fantomatiche nipoti negli strambotti di paese. La nonna Cloti era un’italiana d’argentina, matta e bellissima. Era tornata a Crescentino e aveva sposato il nonno Pejo, allora chimico di vernici e poi, dopo la guerra, nei suoi cinquant’anni, pittore. Era innamorato degli appennini della Romagna Toscana e dipingeva solo quelli: campi di grano sullo sfondo dei monti blu. Nonna però a Torino, nei suoi vent’anni, aveva fatto perdere la testa a Toscanini e a non si sa a quanti favoriti: tutto si mischia nel ricordo pudico di una nipotina cresciuta alle Marcelline, grata alle suore in collegio con quella famiglia che non c’era più. Non ci si separava, allora, o almeno i miei nonni non si erano separati, preferendo un dolore sordo che ora io non capisco e mai potrei capire in questa stanza arieggiata di morte e locandine del Premio Marcellino De Baggis: “La realtà è un romanzo fantastico”, certo, ma chi lo scrive?

Péter Esterházy, lo scrive:

Giacché che cosa rende famiglia una famiglia? (“Chi è cousin, lo stabilisco io”) in breve è questo: pronunciare, e osare di pronunciare, la parola: noi. E volerlo fare. E averci una bocca adatta. E procurarsi un nome. Perché quando manca il nome, tutti boccheggiano come tante carpe. Noi… poi una pausa, figlio mio, boccheggia pure, l’aria è il tuo elemento vitale.

 

back: Keith Jarrett, Gary Peacock & Jack DeJohnette, You’ve changed

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