Chiamate telefoniche

Io non rispondo mai al telefono. Non sindrome da titolo à la Diego Da Silva, è proprio che detesto il telefono in ogni sua forma parlata e non scritta e lo detesto al punto da non prestare ascolto.
Dice “ma se ti chiamano i tuoi figli? una persona cara?”
Certo, come no, capita anche a me di rispondere. Ma nel tempo le persone care hanno imparato a convivere con questa mia mania non telefonica, al punto di raggiungermi solo in casi di conclamata telefonicità. Gli amici non si scelgono, sono amici e basta e per fortuna molti di loro sono muti matti come me. Alcuni sono muti per natura, molti per amicizia, molti, quasi tutti. Tranne Albert. Albert è il futuro inventore del teletrasporto, per cui gli è dato di esser fatto un po’ a modo suo. Quando gli salto in mente, quando associa la mia personcina al filo dei suoi pensieri non c’è verso: lui prende e chiama. Fa il mio numero (pausa), uno squillo, due, tre, (…), segreteria, clic. Non lo faccio apposta, non lo fa apposta nemmeno lui. Col tempo, sono sicuro, deve aver ben capito che ha poche chance di risposta, ma in lui ogni istante è l’unico che conta. Non c’è memoria, solo contatto sul bordo dell’istante. Unico. Ogni volta un gioco single shot senza memoria. E se io mi accendo nella sua testa non c’è verso, non c’è accordo o intesa che conti: lui alza il telefono e chiama. Alcune volte rispondo, trasferendo maldestro e puntuale un sottile disagio in conversazioni poco sintoniche, mai un respiro che azzecchi una pausa. Col tempo il suo inconscio ha deciso che in quelle rare ribalte vocali deve affastellare tutto in pochi secondi senza fiato, in cui Albert non ascolta e mi copre di affetto e idee promesse di futuri in cui con agio discorriamo un po’ lenti, seduti con le gambe accavallate sotto i tavoli vicino a soste in cui parcheggiare la sua Volvo bianca allungata: “oggi siamo liquidi”, che è il suo modo birbone di dire che scialiamo un po’ nei lunedì al sole, “Eh, l’Emilio, l’Emilio, sì. Qui venivamo a mangiare con l’Emilio”. Più spesso lascio squillare a vuoto, per poi rispondergli a ufo con un messaggino: “come stai oggi?”.
Quando sono fragile mi blocco e guardo il suo nome irradiare lo schermo, sul ciglio di un freeze. In quei momenti ho un po’ paura di lui, quasi incarnasse un mondo più attento e puntuale in cui disciogliere i miei perché no. Squilla in mute, “Albert – slide to answer”, non slido, e allora magari preparo mentalmente risposte in cui paziente lo riconduco all’esterno dei miei silenzi, “Capisci?”. Son sicuro che capisce, Albert, rimasto chiuso fuori su un terrazzo in una canzone di Paolo Conte. Capisce, Albert, sì, e mi chiama imperterrito, “Supper!”, mi vuole bene Albert, amico vero. Squilla. Squilla. Poi forse no, ho capito io. Dev’essere per forza l’Emilio che non ha ancora finito di squillare.

 

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