Ma dove sono andati tutti?

Paolo Sorrentino, Youth — La Giovinezza

« Sono vecchia, non lo so cosa farò.
Io non pianifico »

Con solo cinquantadue (52) storie alle spalle e un track record di vendite inossidabili, Bianca Pitzorno decide di scrivere una storia per grandi. Un racconto in qualche modo inevitabile e necessario: la storia delle donne della sua famiglia, donne dure, complesse, diversissime tra loro, nell’arco di alcune generazioni. Potenza della narratologia, potenza di una delle più grandi in Occidente, con Antonia Byatt.

Bianca Pitzorno è giovanissima, forse lo fa per dispetto del tempo. Ritorneremo. La incontriamo in un improbabile caffè del centro, di quelli nuovi, forse nella piazza più sconclusionata di Milano e già qui avrei dovuto capire.
Subito ci accarezza con la voce, una voce fluida che è tutto il contrario delle nuvole, quelle altre, quelle nere come il corvo.

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Bianca mi parla piano, cercandomi con lo sguardo.
“Scrivo questa storia per il puro piacere di scriverla e di scrivere. Ci ho messo dentro tutte le cose che mi divertono”. Con mille riferimenti seminascosti, dal mito greco di Atalanta alla Recherche, strutture circolari, refrain, quadri e volti che campeggiano sulla soglia dei singoli capitoli. Ed ecco che il libro esonda, confessa che a un certo punto le è montato addosso senza nemmeno che se ne accorgesse.
L’ha scritto giorno dopo giorno facendosi tirare dal racconto:

« Non pensavo nemmeno di finirlo,
tanto meno di pubblicarlo.
Poi sono arrivata alla fine »

Alla fine? All’epilogo, semmai, “con un giorno perfetto per morire”.

“A un certo punto ho visto che il mio amatissimo Stephen King aveva liberato una sua storia in rete e quasi quasi stavo per farlo anch’io… Poi non ero convinta, non mi è parso giusto, l’ho mandato al mio editore prima del natale scorso, al 7 gennaio Giulia Ichino mi telefona e mi dice: ‘Si fa’. Mi ha presa di soprassalto. E così sono passata da un novembre in cui il libro non aveva un orizzonte a questo giugno in cui me lo ritrovo nelle librerie”

Bianca ha dovuto (ha voluto) pagare pegno, rinunciando a trecento pagine di immagini fuori testo: “Non si poteva: i diritti, la stampa, …” (le cavallette?). La ascolto e subito mi innamoro della versione integrale, quella con le varianti, le aggiunte da togliere, l’incompiuta, l’esorbitante.
In fondo una storia è troppo per farla finire. Una storia unica, che attinge e rimodula trasfigurandoli molto del vissuto di molti dei personaggi delle 52 storie precedenti. Una storia monstre, un’opera (d’arte) totale, un libro almanacco portatile a soffietto che contiene (si fa per dire) il mondo di Bianca Pitzorno.

Non so se riusciamo a immaginare cosa può voler dire per una narratologa, una donna che ha scritto senza sosta per 52 storie, arrivare al giorno in cui alza la testa per voltarsi indietro e VEDERE.
Vedere la propria vita ma vederla imbastita ad attraversare le vite delle donne di casa, donne con le famiglie reali (“quelle del mulino bianco non esistono, anzi, ne ho vista una sola e non mi ha fatto una bella impressione”). Famiglie in cui le madri se sono madri che lavorano non ci sono e se sono madri benestanti appioppano i bambini ai nonni per giocare a canasta e andarsene in giro”. Tutto molto normale, dice Bianca, la vita è così.

E poi la morte, la cosa più normale di tutte. Il libro si apre con un congresso sul ritorno dei morti, storie che ritornano, vissuti che premono. “Chissà se le donne di casa mia avrebbero mai immaginato che un pezzettino, una costola delle loro, un giorno avrebbe ripreso le loro storie per raccontarle”. Non è mai finita. E in fondo la fine della vita col corpo biologico è un’invenzione recente, una delle tante forzature della modernità: “Penso ai Messicani che se ne vanno festosi in picnic sulle tombe degli antenati, a Melquisedeq che si chiude nella stanza senza tempo, ai letti e agli armadi pieni di ossa in Sudamerica, come nella serie di quadri di Frida Kahlo con gli scheletri”.

È bastata una domanda buttata lì inavvertitamente da qualcuni e subito Bianca si accende. Per puntualizzare che il libro non si apre sulla morte, bensì sul tema del ritorno dei morti, “che è ben diverso”. Anche qui la circolarità.
“Io vorrei incontrarle queste donne della mia famiglia che ho cercato di raccontare” e te lo dice con tutta la serietà dei bambini, quando ti consegnano una verità intatta e irricevibile nella sua leggerezza. “So molti particolari di loro. Sì, vorrei incontrarle e dire loro ‘io vi conosco, so molte cose di voi, mi avete accompagnato, vi ho accompagnato, vorrei rendervi omaggio, passare del tempo con voi’.

The London Season, Downton Abbey

E allora capisci perché non ha senso invecchiare, tanto meno lei, con la pelle bella e piena che non ne vuol sapere di cedere il passo al tempo. Già, il tempo. Lo dice e non lo dice, Bianca. Un po’ lo dice:
“in fondo se il tempo fosse ciclico il ritorno dei morti non ci stupirebbe più di tanto”. Nel frattempo raccontarli, farli rivivere nelle loro storie, è un buon modo di non farli morire. “Forse vivono anche solo nel ricordo. Forse vivono”.

E allora il tema diventa una danza: morte con danza di accompagno. Trascolorare la vita fin dentro la morte. Essere indecisi a tutto, nel momento. Che cosa aveva in mente Paolo Sorrentino se non questa attesa, che ci separa dalla morte sin dentro alla morte.

Paolo Sorrentino, Youth — La Giovinezza

Uomini arzilli e sanissimi che provano a guardare sin dentro la morte. Un po’ per accoglierla, un po’ per esorcizzarla. Un lungo sguardo, un’attesa indecisa a tutti. Mi tornano i versi di Virgilio Giotti, i vecchi,

I veci che ‘speta la morte.

I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’ i casoti,
cuciai par tera,
in tre, in quattro insieme.
Ma ziti.
I se regala qualche cica
vanzada d’ i zigàri de la festa,
o ciolta su, pian pian, par tera,
con un dolor de schena:
i se regala un fulminante
dovù zercar tre ore,
con quele man che trema,
pai scarselini del gilè.
A qualchidun ghe vigniria, sì,
de parlare qualche volta;
ma quel che ge vien su,
che lu’ el volaria dir,
lo sa anca l’altro,
lo sa anca staltro e staltro. Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,

un sussuro lontan,
forte che se lo senti istesso.
I vaporeti parti
e riva drïo man.
I ciapa el largo, i va via pieni neri;

i riva driti, i se gira, i se ‘costa,
i sbarca in tera
muci de gente
che se disperdi sùbito.
Resta solo el careto de naranze,
un per de muli
che i se remena tuto el dopopranzo
l’ ‘torno,
e el scricolar sul sol del ponte.

I veci che ‘speta la morte.

I la ‘speta sentai su le porte
dei boteghini scuri in zitavècia;
nei pìcoli cafè, sentai de fora,
co’ davanti do soldi
de àqua col mistrà;
e i legi el foglio le ore co’ le ore.
In strada,
ch’el sol la tàia in due,
ghe xe un va e vien contìnuo,
un mòverse, nel sol ne l’ombra, de musi, de colori.
I legi el foglio:
ma tte robe xe
che ghe interessa poco;
ma come mi i lo legi,
quando che ‘speto su ‘na cantonada
la mia putela,
che tiro fora el foglio
par far qualcossa,
ma che lèger, credo de lèger,
ma go el pensier invezi a tuto altro;
e un caminar, ‘na vose,
che me par de sintir,
me fermo e ‘scolto.

[I vecchi che aspettano la morte. || L’aspettano in riva al mare su mucchi | tondi di corde; | all’ombra dei capanni, | accovacciati per terra, | in tre, in quattro assieme. | Ma zitti. | Si regalano qualche cicca | avanzata dai sigari della festa, | o presa su, piano piano, per terra, | con un dolore di schiena: | si regalano un fiammifero | che hanno dovuto cercare per tre ore, | con quelle mani che tremano, | per i taschini del gilè. | A qualcuno verrebbe, sì, | di parlare qualche volta; | ma quello che gli vien su, | che vorrebbe dire, | lo sa anche l’altro, | lo sa anche quest’altro e quest’altro ancora. | Nel porto, in fondo, è una confuzione, | un rumore lontano, | ma forte che lo si sente ugualmente. | I vaporetti partono | e arrivano uno dietro l’altro. | Pigliano il largo, vanno via pieni, neri; | arrivano dritti, si girano, si accostano, | sbarcano a terra | mucchi di gente | che si disperde subito.| Restano solo il carretto di arance, |un paio di ragazzi | che si agitano tutto il pomeriggio, | là intorno, |e lo scricchiolare del ponte nel sole. || I vecchi che aspettano la morte. || L’aspettano seduti sulle porte | delle bottegucce scure in città vecchia; | nei piccoli caffè, seduti di fuori, | con davanti due soldi | di acqua con l’anice; | e leggono il giornale ore dopo ore. | In strada, | che il sole la taglia in due, | c’è un va e vieni continuo, | un muoversi, nel sole nell’ombra, | di facce, di colori. | Leggono il giornale: | ma sono tutte cose | che gli interessano poco; | ma come lo leggono, | quando aspetto a un angolo | la mia bambina, | che tiro fuori il giornale | per fare qualcosa, | ma che leggere, credo di leggere, | ma invece ho la testa a tutt’altro; | e un passo, una voce, | che mi par di sentire, | mi fermo e ascolto]

La vedete anche voi quel listato, sulla sinistra. Inconcepibile.
Ma dove son andati tutti? Già prima di morire, da vecchi, non si sa bene dove andare, tanto meno dove si sta andando. Lo dice anche Michael Caine all’inizio del film:

— Come va? — Vado

Variazione di Luciano Bianciardi, col suo-nostro

Non si sa / dove si va / ma ci si torna

Giuseppe Chiari, Teatrino

No, Giuseppe Chiari questa volta non ci salva, in questo non arrendersi alle storie delle tue labbra. Sorrentino sì, col suo stato di eccezione. Nei suoi ultimi due film vige la perfetta abolizione del cinismo. Quando c’è non fa presa. La revoca del cinismo è qualcosa che va oltre la sospensione dell’incredulità. Per questo riesce nel fortunoso tentativo di fermarsi un istante prima della retorica che ucciderebbe “Youth”, e affonderebbe il suo cinema per intero.

Sorrentino si salva e ci salva esattamente nel punto in cui ha fallito Nanni Moretti: “Mia madre” è la messa in scena dell’attaccamento alla vita della madre da parte dei due figli. Un attaccamento pesante, materico, che finisce per uccidere, la storia, il film. E sua madre, ovviamente, inchiodandola in punto di morte.

Nanni Moretti e Margherita Buy in “Mia madre”

Una morte annunciata. Una storia che non inizia ma deve continuare. Nell’ultimo Moretti c’è quest’idea malsana che la vita deve andare avanti, il film deve andare avanti, il cinema deve andare avanti, le lezioni della figlia devono andare avanti. È una coazione a ripetere senza costrutto. La vita va benissimo da sola avanti.
Non c’è bisogno di te per andare avanti: la vita sta già benissimo andando avanti da sola. Senza di te.
La storia è ininterrotta, la vita è ininterrotta, ogni volta che si interrompono la storia finisce, la vita finisce. L’interminabile. L’inconcludente.

«Ho provato ma non ci sono riuscito.
Spero possiate perdonarmi » — Nanni Moretti

In Youth, invece, c’è tutt’altro respiro, in Youth c’è aria e si respira.
I personaggi di Sorrentino non pianificano, non pensano a nulla di preciso, non hanno una vita a cui aggrapparsi. Guardano la morte e ascoltano.

« Music is all I understand » — Fred Ballinger

La musica come breve pausa dei silenzi, è un’assenza di rifugio che salva.
A Fred (il personaggio di Michael Caine) non resta che vivere, dirigere, addirittura. Dovrà accettare la vita che si riaffaccia nel suo continuo, caotico imperversare di forme. Neanche Mick (Harvey Keitel) muore: per lui la morte svanisce nel momento esatto in cui diventa un’opzione percorribile, una via d’uscita. La morte, scelta lucidamente, lo rende libero. E lo mantiene vivo.
Nella morte c’è futuro.

«The future gives us freedom and freedom gives us a feeling of youth» — Mick Boyle

Non a caso la morte di Mick immette Fred nella ricomposizione del senso della loro amicizia, dell’integrità del tratto di vita percorso insieme.
La morte è semplicemente il momento in cui nell’amicizia ci si può dire finalmente tutto. Ora i tasselli possono andare a comporre il quadro e l’amore disincantato con cui prima ci si proteggeva l’un dall’altro può ora cedere il passo a una verità inoffensiva, al completamento di una storia che non ferisce più.

« Spesso le persone non capiscono che le emozioni sono innocue»
Mauro Pellegrini

Non capire per non capire, tanto vale vivere. Con uno sguardo fiero alla morte, uno al tempo ciclico e uno alle storie che non finiscono. Come il talento di Bianca Pitzorno.

White Lies, To lose my life https://youtu.be/GGEjz12YLiM

« È la mia porticina.»
« Ma che porticina è? Dove si va?»
« È per entrare dentro di me.»
« Io sono ancora piccolo, non posso ancora entrare dentro di te.»
« Ci entrerai.»
« Ma perché non adesso?»
« Perché ci sei già entrato, perché ci entrerai.»
« Ma adesso non è adesso?»
« Adesso starai lì, fuori dalla mia porticina, ma poi ci entrerai, ci entrerai.»
« Ma quando sarà adesso? Quando ci entrerò, se adesso non è più adesso?»

Antonio Moresco

Bianca Pitzorno ieri a Milano, con una lettrice apassionata https://www.facebook.com/1493220567634487/photos/np.1435132264094802.1471715773/1501814953441715/?type=3&theater

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