Strano viaggio in fondo a EXPO

[Zigzagando tra un padiglione e l’altro, un diario di una flânerie decisamente molto romagnola, non tanto perché il mondo è tutto raggiungibile dal mio paese, non solo perché il senso del mondo è stato scolpito meglio di altri da Mattia Moreni (ah, sì, in effetti lo ha scolpito in 7 anni quando viveva al mio paese), ma anche perché tutto è una corsa a vuoto su un tapis roulant]

“Il pensiero non ha mentalità”

“di sconosciuto mi voglio vestire” — Mattia Moreni

Per capire Expo bisogna congedarsi dalla mentalità e aprirsi una buona volta al pensiero.
Sbarazzarsi dei pregiudizi è un viaggio lungo e pieno di scossoni, un viaggio che nel mio caso parte da un paese abbastanza marginale della Romagna, Santa Sofia, dove c’è il fiume, molto appennino e una piccola galleria d’arte moderna. Spesso l’estate scorsa capitava di trovarla chiusa, non tanto perché l’amministrazione comunale non volesse tenerla aperta quanto piuttosto perché le visite son rade e allora meglio prendere un appuntamento. Alla Galleria c’è la più importante collezione permanente di Mattia Moreni, soprattutto gli autoritratti. Difficile raccontare Moreni, uno che pur essendo tra i più grandi e visionari del ‘900 non si definiva un pittore (ehm). Vi basti sapere che ha scritto e mai pubblicato appunti tutta la vita su come va il mondo, mettendo le mani su tutto, da Wittgenstein al guano di gallina passando per la fisica quantistica e l’arte, va da sé.

L’avevo incontrato per strada qualche volta da ragazzetto, ma questo è stato PRIMA che la mia testa iniziasse a pensare.
Mattia Moreni è diventato leggenda nel mio immaginario in un altro modo: eternato nei racconti di mio cugino Roberto Olivetti, genio e cantastorie nell’ordine. Dico nell’ordine perché è un po’ pigro (siamo una ‘razza’ di pigri) e pur essendone maestro indiscusso non è particolarmente incline alla socievolezza, per cui le storie le canta soprattutto in casa e nella sua camera, a tutto svantaggio del pubblico che tutto sommato non ha.

C’è un quadro, di Moreni, che è una specie di nero tra Rothko e Burri.

L’ho intravisto online di recente. Il gallerista lo intitola semplicemente “Santa Sofia” ma io ho il sospetto che invece si tratti del mitico “Bomba su Santa Sofia” e per questa e altre notizie su Moreni dobbiamo ringraziare appunto l’Olivetti.

Santa Sofia è un paese con tre ponti sul fiume (e inspiegabilmente la passeggiata classica in paese si chiama “giro dei tre ponti”, va’ a sapere).
Un bel giorno Mattia Moreni si mise “nel ponte” e per tre giorni di seguito da bravo vedutista si mise a dipingere il paese con relativo panorama e una pazienza maniacale. Passati i tre giorni prese una pennellessa e la vernice nera, poi, con tutta la veemenza che un corpo robusto anche se non più giovanissimo poteva dispiegare, Moreni prese la rincorsa, inanellò una sequela di bestemmie irripetibili e urlandole imbrattò completamente di nero la tela. Questo era Mattia Moreni.

L’opera più importante di Moreni è comunque La mistura — questo è un ignobile splendore, un opera monstre creata tra il 1979 e il 1984 proprio negli anni santasofiesi (Moreni aveva girato il mondo, cosa credete).
C’è dentro di tutto, compreso uno zoccolo e un autoritratto dell’autore, ed è un po’ la summa della grandiosità e della pochezza umana, senza soluzione di continuità. Camminando per EXPO mi è subito venuta in mente la Mistura, non tanto come estetica ma per come simboleggia la guerra estetica.

C’è una guerra, in atto, uno scontro di civiltà tra chi l’umano lo pensa e chi l’umano lo infligge.

Expo è l’incarnazione perfetta del conflitto insanabile tra il design e lo spazio occupato alla bell’e meglio, tra gli uomini che hanno capacità di ascolto e sono in grado di plasmare la materia con lo spirito, immaginandolo possibile per l’abitare umano, e l’abbandono, l’entropia, l’insulso, la casa tirata su per occupare il suolo.

Attraversando EXPO lungo la via centrale, il decumano, si è lancinati da questa lotta che strappa la carne. Ogni paese espositore si è preso la responsabilità del proprio padiglione. Nel bene e nel male, con scelte magari opinabili ma pensate, gli architetti hanno concepito e realizzato l’esperienza in quegli spazi. Mediamente i padiglioni sono stati drizzati con cura, con un’idea dell’uomo, con un messaggio da far vivere agli altri, alle PERSONE che arrivano all’esposizione universale. E in mezzo i Lanzichenecchi, gli affollatori di strade, gli impiattatori di cemento che creano collegamenti approssimativi, passaggi, non luoghi, interstizi.

La sensazione netta che i luoghi di raccordo, i passaggi, siano i più trascurati, i meno pensati.
Il problema sono le interconnessioni. Come se mancasse una regia complessiva, al di là dello stradone. La stazione della metropolitana, passiva, indecifrabile. La Fiera da una parte, EXPO dall’altra. Vacillo. Per fortuna Mattia Moreni arriva in mio soccorso anche questa volta con un suo pensiero:

courtesy galleria morone http://www.galleriamorone.it/moreni35.htm

“Ognuno ha l’età di quello che pensa allora io non sono ancora nato”

Ho capito: evidentemente la fermata del metrò (ma vale anche per i camminamenti, i passaggi, i distributori automatici, i gabbiotti, i tornelli) è stata pensata poco e male. Sarà anche nuova, ma per Moreni è nata già vecchia. Deve avere qualcosa a che fare con la sua idea del regressivo consapevole.

I cantieri della metropolitana sono recidivi. Ricordo che durante i lavori alla fermata della Stazione Garibaldi sul lato dell’uscita verso Corso Como è stato impossibile camminare per anni. E nessuno si è preso la briga di progettare il passggio pedonale, di pensare che migliaia di persone ogni giorno per setimane, mesi, anni avrebbero percorso quel tragitto stretti tra la carreggiata delle auto e il transennamento.

Forse anche per questo le anime più sensibili tra gli intellettuali, quando visitano EXPO, quando lo recensiscono, se non uno sturbo hanno un vero e proprio trasalimento. Non capiscono come mai frotte di pellegrini possano accalcarsi nelle file per ore in coda al padiglione del Brasile o del Kazakistan.

Ecco, diffidate dagli intellettuali. Gli intellettuali nel nostro Paese sono grandi battezzatori di file, separatori di folle come Mosé col Mar Rosso: van distinte le folle buone dalle folle cattive. Un esempio? L’avrete visto e sentito dire molte volte: se una folla è in coda al Salone del Libro di Torino, o al Festival della Letteratura di Mantova, va tutto bene.

Se invece le folle sono in coda notturna per acquistare l’ultimo modello di iPhone il giorno dell’uscita o per un firma copie di Fabio Volo ecco che diventano subito barbari scellerati e senza dio.

Ci vuole fortuna e soccorso. Anche qui a salvarmi un grande maestro, Giuseppe Vaccarino, coi suoi romanzi, “Lo sporco” e “Il pulito”, probabilmente la più limpida descrizione della deriva ideologica nella categorizzazione dei comportamenti umani:

Racconto straordinariamente soave e istruttivo, narra le vicende amare e paradossali di un aspirante filosofo sulle tracce di un manoscritto antico dove si sosterrebbe la rivoluzionaria tesi che allo “sporco” non corrisponde alcunché di fisico, ma che si debba intendere come risultato di mera attività mentale. Lo stesso pezzetto di cibo che consideri una leccornia se è nel piatto giusto diventa repellente se lo trovi sulla sedia o, più semplicemente ancora, nel piatto sbagliato.

Secondo questo manicheismo ideologico le mutandine appena sfilate a Miss Milano Marittima sono un incanto, quelle dello scaricatore di porto in stile Paviglianiti con ogni evidenza un orrore di fetenzìa.

Expo è una versione nemmeno troppo ammodernata delle fiere di paese, incorpora una ritualità pagana tipica delle fiere, del Carnevale licenzioso descritto da Starobinsky o da Piero Camporesi.

Certo ha perso quella feracità delle carni che erano concesse al popolo per un giorno in cambio degli altri364 di repressione. L’eros ha ceduto il passo alla pornografia e la pornografia si consuma in privato negli spazi pubblici si sublima solamente.

…e soprattutto la pazienza, qualità poco qualificata e così importante per andare avanti coi propri sogni

Nerio Alessandri ha avuto un’intuizione geniale. Costruendo un ferro e gomma ben fatto, le persone si sarebbero messe a correre anche negli interni, su dei nastri trasportatori. Bellissimo: in pochi anni diventa leader mondiale dei tapis roulant.

Storie d’innovazione di processo e di prodotto. Eppure mi ricorda qualcosa. Sì, mi ricorda il Kindle, un prodotto rivoluzionario ma quasi unicamente funzionale.

Il Kindle in sé è anche se non proprio “brutto” esteticamente discutibile.Usandolo, tenendo in mano specialmente le prime volte, si sente, si percepisce che non sono stati investiti troppi sforzi nella progettazione dell’esperienza: svolge in modo molto lineare la sua funzione con funzionalità limitatissime: tutto quello che è rielaborazione (proto-scrittura) tipo le sottolineature, lo sharing, la ricerca interna o su google, sono una via di mezzo tra un incubo, un tributo all’impotenza e un’agonia.

L’attrezzatura Technogym invece, va detto, è di qualità eccellente. Anche perché, a differenza del Kindle, che ha una piattaforma di distribuzione dei contenuti senza rivali e per questo al momento ha poco da temere dalla concorrenza, le macchine cesenati di concorrenza ne hanno molta di più e dunque se non fossero ottime faticherebbero molto a mantenere la quota di mercato che vantano.

Perché allora accomuno l’e-reader amazon con la pedana per correre dell’azienda romagnola? Perché sono esempi potenti di oggetti commercialmente strepitosi ma pensati e progettati per entrare solo passivamente nel nostro immaginario.

I Contenitori (di corse da correre e di storie da leggere) non possono non essere paragonati all’oggetto contenitore per eccellenza del nostro tempo: il televisore.

Ci sono stati solo due uomini che hanno concepito il televisore come spazio di pubblicazione. Sono italiani, molto distanti dall’italiano medio (quello che si mette bovinamente in coda a Expo, secondo gli intellos di cui accennavo prime).

Ezio Bosso e Giors Melanotte.

Separati da una quarantina d’anni di differenza di età, il giovane Bosso passava i pomeriggi a casa Gallizio, e con Giors (Giorgio, figlio di Pinot Gallizio) immaginavano di riadattare i televisori belle case come macchine di colori. L’idea c’era di rinunciare al televisore come antenna passiva di ricezione per la programmazione televisiva e hackerarlo come sprigionatore di luci e giochi forse anche sonori. Uno sprigionatore di fantasie, un manifesto di sovversione domestica. Si tenga conto che erano verosimilmente i primi anni ‘90 se non prima ed eravamo ben lontani dal culto della domotica o dalla cromoterapia. Le luci Philips come elemento d’arredo multicolore sarebbero state commercializzate solo venti anni più tardi.

Pinot Gallizio, Gagarin

Ecco, il tapi roulant Technogym non ha avuto il suo Giors Melanotte, non ha avuto un profanatore di colori che lo ri-contestualizzasse acceso nell’immaginario collettivo.

L’uomo ci corre sul posto, rumoroso loop che cola ansante sprizzi di acido lattico. L’unico punto di contatto del nastro col tuo immaginario sono i tuoi piedi, qualcosa vorrà dire. Può sognare di correre dal suo amore, può immaginarsi sul ponte di Verazzano per la maratona di New York. Ma il nastro trasportatore non è il nastro di Moebius, non riallaccia con l’infinito. Può essere al massimo un trasportatore sano di sogni, ogni volta che un cronometro e un uomo sono stati immessi in un loop non è andata benissimo. E un po’ torna a premere il ricordo dell’incubo chapliniano della catena di montaggio.

Immaginate di correre correndo si può, sognare correndo, anche su un tapis roulant si può, ma chi ci restituirà gli anni passati a far correre i nostri sogni davanti a” muro spoglio di una palestra?

“Le merendine non torneranno più!”

Un sogno Nerio Alessandri ce l’ha: salvare il mondo col wellness e col fitness dall’immobilismo, far muovere le persone e salvarle col movimento. Per realizzarlo si sta organizzando con uomini, mezzi e relazioni.

Sono punti di PIL guadagnati e risparmiati: posti di lavoro nel wellness e risparmi sanitari non indifferenti, innanzitutto in termini di prevenzione.

La sua Wellness Valley è un’isola di psicomotricità in cui le zdore romagnole fanno yoga felici.

Per Expo Technogym non si è tirata indietro: da partner ufficiale ha ideato una campagna che unisce l’utile col meritorio: con una semplice app di tracking trasforma il movimento dei visitatori in pasti e cibo per chi non ha di che vivere e di che mangiare. Si chiama “Let’s move & Donate Food”, forse la prima trasformazione di massa di calorie bruciate in nuove calorie ancora da bruciare.

Se guardate il video dell’iniziativa sarete immersi nell’immaginario semplice e operoso di Alessandri. Uno scenario post-cevoliano unico nel suo genere.

Forse finalmente la Romagna ha trovato l’anti Fellini, una sorta di reazione autoimmune della fantasia.

E allora capisco. Come il Kindle, come il tapis roulant, anche Expo è un enorme device multinarrativo, un nastro trasportatore di viaggi.
Expo è una sfida di urban design.
Se sia riuscito o meno a fare il salto da device per sfogliare cataloghi di viaggio a farsi piattaforma narrativa interoperabile per il turismo lo lascio valutare a voi, popolo di incolonnati e incolonnatori che non siamo altro!

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