Tutto è irripetibile, tanto vale rifarlo

« Agisci in modo da aumentare il numero delle possibilità ».

Se devo pensare a un pensiero-manifesto per il social thinking, ovvero per dare un contributo a progettare il futuro del genere umano, questa di Heinz Von Foerster mi sembra imprescindibile. Aggiungo un contesto: mi sembra anche la definizione perfetta per un luogo di potenza, per descrivere l’effetto che ha sulla mia presenza, sul mio abitare anche momentaneo in un luogo che conta.
Aggiungici anche il rilascio lento: un posto così ti entra dentro, agisce agisce agisce ancora e non ti molla più. Tu sei quel posto e lui inizia a essere un po’ di più grazie alla tua vita. Brilla, attrae, contamina, si allarga. Intensifica ancora la sua potenza e tu la tua:
più scelta, più opzioni, molti futuri possibili davanti a te.
Credo sia anche un’ottima definizione di ricchezza: poter fare più cose, vivere sul ciglio dei mondi in potenza e poterli mettere in atto. In questo farsi presente ha origine il mondo.

Solo uno, però. Agire è un po’ morire. Il passaggio dai molti mondi possibili all’unico presente e vivo è uno stritolasassi, il legaccio del sangue che si fa vita. È il mondo che nasce: il nostro (il mio, il tuo, il suo). Portare il mondo alla vita in quanto mortali: siamo questa cosa qui. È un bene che fa male. Miliardi di uomini in un unico immane sforzo collettivo. Inconsapevole per fortuna: il mondo nasce sullo sfondo, un grande unico sistema operativo in background; al centro della scena lo spicchio di vita di ognuno di noi, il gradino su cui possiamo salire e dire “io”.

The Ways of folding space & Fly. È tutto qui. Il futuro si gioca sulla creazione di interfacce che rendono accesibile, attingibile e realizzabile il maggior numero di mondi in potenza. Trovare il modo per piegare lo spazio e per volare. Tradurli in atto di volo.

Di tutte le città in cui ho vissuto senza viverci, la più bella è stata Cagliari.

Karalis, la città che ti stava venendo incontro quando non sapevi che ci stavi andando. Karalé, la città bianca che ami o detesti e che ti allappa di luce.
Non ci ho vissuto mentre ero lì, è vero, ma posso dire che ho iniziato a viverci ben prima di trasferirmi. Perché Cagliari è arrivata persino a tenermi in vita salvandomi in suo nome, aprendomi all’idea di andare a starci con la famiglia. Erano anni in cui avvertivo un profondo bisogno di spazio, di scompaginare i giorni incolori che mi dettavano. Due colori esistono al mondo, il secondo è Cagliari.

Alternative take

Il punto non è che Karalis sia bella o brutta. Come tutte le città ha un miliardo di motivi per respingerti e altrettanti per farti sentire a casa. Il popolo sardo è generoso fino al deliquio, ma in fondo non ha un problema al mondo a dirti che tu, o Straniero, sardo non sei né mai lo sarai giacché non hai sangue sardo in corpo.

Se ci pensi, non esistono buone ragioni per andare a vivere in un’altra città. Certo, si può essere costretti, la vita fornisce spunti a bizzeffe, ma allora più che una buona ragione è una necessità. Di buoni e validi motivi non ce n’è. L’ho scoperto nei due anni precedenti al trasferimento: nessuno capiva perché lo desiderassi al punto da metterlo in atto, nemmeno io. Un mio amico fraterno era preoccupatissimo e se n’è andato prima di scoprire che non mi ci sarei fermato. Col tempo ho accettato la lezione: le cose che senti dentro, le cose importanti che avverti di voler fare si fanno e basta. Si fanno senza capirle. Per capire c’è tempo. L’aggiornamento di un sistema operativo ci metti una notte a tirarlo giù, cambiare città è uguale.

Mi capita tutti gli anni di tornarci, a Cagliari. Non mi sono fermato a viverci ma non sono nemmeno tornato indietro. Io non sono più lo stesso, Cagliari non ha mai smesso di essere una città che cambia.

Tutto è irripetibile, tanto vale rifarlo.

Quasi un antidoto, si chiama individuazione. Pensaci.

Se è vero che almeno un nemico lo abbiamo tutti, meglio sceglierselo.
Se non altro per capire chi è, con chi abbiamo a che fare. In caso contrario lui sceglierà noi con l’aggravante della tempistica. Sceglierà il momento migliore per colpire.

Non necessariamente un nemico è una persona. Anzi, spesso non lo è.
La lotta contro i limiti imposti dall’inconscio possono rovinare delle vite, possono non farle mai debordare dai due binari d’acciaio che qualcun altro, magari nella nostra infanzia, ci ha costruito intorno.

Credo che per farlo, per andare ad esplorare cosa c’è fuori dai binari serva capire con chi lottiamo. Dare la giusta forma e peso alle cose. E questo non è affatto un esercizio facile.

Anche perché prima o poi qualcuno che ci chiede a bruciapelo dove vogliamo arrivare lo troviamo. Proprio lì, in quella posizione scomoda e non voluta, sarebbe opportuno averla una risposta.

Avere tracciato la strada con segni a noi vicini. Per farla comprendere a chi ce ne chiede conto.

Ho deciso: il mio nemico sono io. Mi alzo e mi chiedo conto: che ne è stato di me?
Solo perché ho visto affacciarsi e tramontare tanti me possibili non sono diventato una persona migliore. (Né meglio né peggio, tutti quanti, persino i più tristi, aspettiamo di svegliarci insieme, di guardarci, di toccarci, di trovarci, come se non ci fossimo mai visti. E proprio te. (…)

«La caratteristica della libertà è la disposizione di sé»

Ha disposizione. A disposizione.

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